di Alessio Cuel –
Sembra paradossale, eppure per decenni il ricordo delle foibe e dell’esodo giuliano-dalmata è rimasto ai margini del dibattito pubblico italiano, talvolta oggetto di rimozione, talvolta di strumentalizzazione. L’espressione “E allora le foibe?” è entrata nel linguaggio comune come scorciatoia polemica: non per comprendere una tragedia storica, ma per liquidare un confronto o bilanciare, in modo approssimativo, crimini di segno opposto.
La storia, però, non è una classifica di atrocità. Riconoscere il dramma del confine orientale non significa minimizzare i crimini del nazifascismo. Significa, piuttosto, restituire dignità a migliaia di vittime di una violenza politica e nazionale esercitata nel contesto del collasso dell’allora autorità statale italiana e dell’affermazione del potere jugoslavo guidato da Josip Broz Tito.
Il contesto storico: 1943 e 1945.
La tragedia si sviluppa in due fasi principali. La prima ha luogo dopo l’8 settembre 1943. Nel vuoto di potere seguito all’armistizio di Cassibile, le formazioni partigiane jugoslave avviarono una serie di arresti, esecuzioni e deportazioni che colpirono non solo esponenti del regime fascista e collaborazionisti, ma anche civili considerati ostili o potenzialmente contrari al nuovo ordine politico. In queste violenze pesarono fattori molteplici: la resa dei conti politica, la logica rivoluzionaria, il controllo del territorio e la dimensione nazionale del conflitto.
La seconda fase, più ampia e sistematica, si colloca nella primavera del 1945. Con il crollo del Terzo Reich, le forze dell’Esercito Popolare di Liberazione della Jugoslavia (IX Korpus), affiancate dagli apparati di sicurezza della polizia politica (OZNA), occuparono Trieste, Gorizia e l’Istria. Durante i cosiddetti “quaranta giorni” di occupazione jugoslava di Trieste, migliaia di persone furono arrestate; molte di esse scomparvero senza processo, vittime di esecuzioni extragiudiziali o di deportazioni nei campi di prigionia.
I numeri del dramma e il dibattito storiografico.
La quantificazione delle vittime è stata a lungo oggetto di un acceso dibattito storiografico. Le ricerche più accreditate collocano il numero complessivo dei morti tra il 1943 e il secondo dopoguerra in una forbice che va da alcune migliaia fino a circa diecimila persone, a seconda dei criteri adottati.
In questa stima rientrano le vittime delle esecuzioni e degli infoibamenti nelle cavità carsiche, gli uccisi e i dispersi nel contesto delle violenze costiere e marittime dell’area del Quarnaro, nonché i deportati deceduti nei campi di prigionia jugoslavi a causa di stenti, malattie e maltrattamenti.
Al di là delle cifre, resta il dato storico essenziale: le violenze colpirono in larga parte la popolazione italiana del confine orientale, ma coinvolsero anche oppositori politici, antifascisti non allineati e appartenenti ad altre nazionalità, inserendosi in una più ampia strategia di consolidamento del potere e di ridefinizione nazionale dei territori.
L’esodo giuliano-dalmata.
A questa stagione di violenze seguì uno degli esodi più rilevanti della storia italiana contemporanea. Tra i 250.000 e i 300.000 italiani abbandonarono l’Istria, Fiume, il Quarnaro e la Dalmazia, territori che il Trattato di Parigi del 1947 assegnò alla Jugoslavia.
Le cause dell’esodo furono molteplici: il clima di intimidazione, la perdita di diritti civili e di prospettive economiche, la pressione politica e la trasformazione radicale del contesto sociale. Molti esuli scelsero la via dell’emigrazione oltreoceano in America o in Australia, altri si stabilirono in Italia, dove spesso incontrarono difficoltà materiali e un’accoglienza segnata da diffidenze e contrapposizioni ideologiche.
Dalla rimozione alla memoria pubblica.
Per decenni, il ricordo di questi eventi rimase marginale nella coscienza nazionale italiana. Il contesto della Guerra Fredda, il ruolo internazionale della Jugoslavia e le fratture ideologiche interne contribuirono a una rimozione politica e culturale del tema.
Un cambiamento significativo maturò solo dopo il 1989, dopo il crollo del muro di Berlino. Nel 1991 il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga si recò alla foiba di Basovizza, riconoscendo simbolicamente una lunga stagione di oblio. Con la legge 30 marzo 2004 n. 92, l’Italia ha infine istituito il Giorno del Ricordo, con l’obiettivo di conservare e rinnovare la memoria della tragedia delle foibe e dell’esodo degli istriani, fiumani e dalmati.
Il 10 febbraio non dovrebbe essere un terreno di contrapposizione politica, ma un momento di riflessione collettiva. Ricordare significa integrare questa ferita nella memoria nazionale senza rimozioni, senza equivalenze forzate e senza retorica.
Solo riconoscendo la complessità e il dolore di quella stagione storica, e abbandonando i “derby” tra opposti estremismi, si può costruire una memoria davvero condivisa: una memoria che onori le vittime e restituisca alla storia del confine orientale il posto che le spetta nella coscienza civile del Paese.












