A 75 anni da Hiroshima e Nagasaki. Ma il rischio nucleare è davvero finito?

di Giuseppe Gagliano

Ricorre in questi giorni il 75mo anniversario dell’uso dell’arma atomica contro Hiroshima e Nagasaki. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato come l’umanità vide apprendere in pochi secondi l’esistenza di strumenti di autodistruzione totale. Un anniversario che dovrebbe essere (ma il condizionale è d’ obbligo) “un monito costante a mantenere e sviluppare ulteriormente quel sistema di istituzioni ed accordi, con le Nazioni Unite al centro, creato dopo la Seconda Guerra Mondiale per garantire a tutti pace e sicurezza durature. L’architettura internazionale per il disarmo e la non proliferazione è una componente importantissima di tale sistema e ogni sua violazione rappresenta un passo verso l’olocausto nucleare“.
Tuttavia la dinamica conflittuale della realtà va esattamente nella direzione opposta, come dimostrano le iniziative russe, cinesi e americane volte a rafforzare la loro potenza nucleare a scopo naturalmente difensivo, precisazione questa scontata e prevedibile nel contesto di una narrazione propagandistica.
Si veda ad esempio il “Nuclear Operations”, un documento delle Forze armate statunitensi che parte con la premessa che “le forze nucleari forniscono agli Usa la capacità di conseguire i propri obiettivi nazionali”, arrivando a sottolineare che esse devono essere “diversificate, flessibili e adattabili” a “una vasta gamma di avversari, minacce e contesti”. Il documento strategico afferma inoltre che “le forze nucleari Usa forniscono i mezzi per applicare la forza a una vasta gamma di bersagli nei tempi e nei modi scelti dal presidente”, bersagli che saranno individuati dalla intelligence.
Al di là delle significative ed esplicite considerazioni dei documenti strategici americani, il noto accademico, filosofo e politico statunitense Noam Chomsky ha avuto modo di sottolineare la drammaticità della situazione attuale in più occasioni, ed in una lucidissima intervista rilasciata al Times nel luglio del 2017 ha sottolineato come il presidente Donald Trump stesse portando avanti il programma di modernizzazione delle forze nucleari avviato da Obama, aumentando in questo modo il pericolo di una guerra nucleare. In effetti Barak Obama ebbe modo di rafforzare il potenziale offensivo americano sull’isola di Diego Garcia, un’importante infrastruttura militare impiegata per i bombardamenti in Medio Oriente e in Asia centrale. Inoltre proprio Obama incrementò in modo drastico lo sviluppo di bombe ad alta penetrazione, un programma questo che era stato abbandonato durante l’amministrazione Bush.
Gran parte delle armi nucleari presenti sull’isola di Diego Garcia sono puntate sull’Iran. Su tale questione l’intellettuale americano compie un’ osservazione volutamente ironica: per l’America l’Iran rappresenta una minaccia poiché ha come suo scopo quello di estendere la sua influenza sui paesi vicini, ma è evidente il paradosso di questa tesi: se l’Iran estendesse la sua influenza, porrebbe in essere un’opera di destabilizzazione geopolitica, mentre se lo facessero fli Usa essi compirebbero un’operazione di pace e di stabilità, partendo dall’assunto che gli Stati Uniti siano legittimati ad esercitare una sorta di egemonia planetaria. Non a caso la Cina non ha alcuna intenzione, come d’altra parte la Russia, di sottostare a questo diktat, ed oggi Pechino intende conquistare il suo status di superpotenza.
A sostegno di questa tesi Chomsky ha ricordato come il pericolo di una guerra nucleare sia sottolineato dai principali autori del Bollettino degli scienziati atomici, i quali osservano come il programma di modernizzazione abbia incrementato di circa tre volte la potenza distruttiva dei missili balistici statunitensi creando esattamente la situazione che ci aspetteremo di vedere, e cioè uno Stato dotato di un arsenale nucleare in grado di ingaggiare e vincere un conflitto atomico disarmando i nemici con un attacco a sorpresa.
Il significato di questa affermazione, sottolinea l’autore, è presto indicato: nel momento di crisi i pianificatori militari russi, per esempio, potrebbero decidere che in mancanza di un’adeguata deterrenza l’unica possibilità per sopravvivere sia quella di attaccare per primi. Un pericolo analogo è stato indicato anche da William Perry, secondo il quale oggi il rischio di una qualche forma di catastrofe nucleare è più grave rispetto ai tempi della Guerra Fredda.
Di analogo interesse e di analogo tono è la riflessione di Angelo Baracca, il quale con altrettanta lucidità ha ricordato come Trump abbia smantellato pezzo dopo pezzo il pur carente regime di non proliferazione, facendo venire meno in modo unilaterale tutti i trattati di riduzione del controllo delle armi nucleari da un lato, e dall’altro lato abbia incrementato i progetti pluri-miliardari di nuove minitestate che darebbero l’illusione di condurre una guerra nucleare limitata.
Appare allora del tutto comprensibile l’avvio della Campagna internazionale della società civile per l’abolizione delle armi nucleari, che ha conseguito un risultato significativo riuscendo a portare all’Onu e a fare approvare nel luglio del 2017 un Trattato di proibizione delle armi nucleari, che dovrà avere carattere vincolante e che fino a questo momento è stato ratificato da 40 Stati. Superfluo osservare, commenta l’autore, che gli Stati Uniti e la Nato abbiano osteggiato questo trattato. Il significato profondo di questo trattato è molto chiaro: l’uso di queste armi nucleari viola il diritto internazionale e deve essere considerato un vero e proprio crimine contro l’umanità. Proprio per questa ragione tutte le associazioni pacifiste laiche e cattoliche, fra le quali Pax Christi, i Beati costruttori di pace e la Rete italiana per il disarmo, chiedo ormai da tempo lo smantellamento delle testate nucleari presenti presso le basi di Aviano e di Ghedi.