A Gaza è morto anche il diritto umanitario

di Daniela Binello –

ROMA. In un incontro ospitato a palazzo Grazioli, nella sede della Stampa estera a Roma, Gennaro Giudetti, tarantino di 34 anni, con studi in Scienze politiche e Relazioni internazionali, ci racconta alcuni episodi della sua esperienza di lavoro in campo umanitario nella Striscia di Gaza per due grandi organizzazioni. Nel 2024 con la Fao e nel 2025 con l’Oms, dove nell’ambito di quelle missioni lui era impegnato nella facilitazione dell’accesso agli aiuti umanitari, in un contesto reso quasi impossibile dalla mancanza di corridoi sicuri, cibo e medicine. Ma Giudetti non avrà probabilmente mai più dalle autorità israeliane il visto d’ingresso per Gaza perché la sua colpa è esattamente quella di descrivere ciò che ha visto durante i mesi della sua permanenza nella Striscia.

La sala purtroppo è semideserta per molti motivi. Quello ufficiale è che i corrispondenti di giornali stranieri di stanza a Roma si occupano prevalentemente di notizie sull’Italia – è questo che chiedono le testate per cui lavorano -, ma la verità è che la situazione di Gaza non interessa quasi più a nessuno, non solo perché tutto quello che riguarda la popolazione gazawi e Gaza è una fonte di notizie scomode, ma anche perché per i giornalisti internazionali permane il divieto di potervi mettere piede. A Gaza la stampa internazionale non può entrare.

«Stando a Gaza abbiamo scoperto di poter essere colpiti in qualsiasi momento, perfino nelle case delle organizzazioni umanitarie dove venivamo fatti alloggiare. In pratica, anche noi operatori umanitari eravamo degli obiettivi, come se fossimo stati dei nemici e perfino degli antisemiti. Gaza è stato il punto di svolta per il diritto umanitario ed è a Gaza che abbiamo a scoperto la nostra vulnerabilità». E’ con queste parole che Giudetti ci ha quindi spiegato fino a che punto siamo arrivati, quando chiunque, non importa chi sia, tanto meno se sia lì con tanto di autorizzazione per portare aiuti e distribuire medicine, sulla base di progetti umanitari preventivamente concordati, divenga un inconsapevole obiettivo nemico agli occhi dell’Idf, le forze armate israeliane.

La prima esperienza in campo umanitario per Gennaro Giudetti comincia a 19 anni, quando parte per l’Albania con il servizio civile della Comunità Papa Giovanni XXIII per un progetto sui minori di strada. Un’esperienza giovanile che gli ha fatto capire quale sarebbe stato il suo percorso lavorativo e che dopo Tirana l’ha portato dalla Colombia alla Siria, dal Libano al Congo, dall’Afghanistan allo Yemen, nei luoghi dove i conflitti costringono le popolazioni locali più fragili a cercare a malapena di sopravvivere. Negli anni poi ha collaborato con Ong internazionali come Operazione Colomba, Medici senza frontiere, Action contre la Faim, Fao e missioni dell’Onu. In ognuna di quelle difficili situazioni, Giudetti, con i suoi colleghi che lavorano per le Ong, ha condiviso gli alloggi, il cibo e anche le paure. Una scelta etica sui valori della pace che è anche la cifra della sua visione del mondo, stando accanto a chi ha bisogno di aiuto «dal di dentro» e non solo come osservatore esterno. Questo, però, tiene a sottolinearlo, «non significa né essere un attivista politico sotto mentite spoglie, né tanto meno un antisemita, anche se nel caso di Gaza gli operatori umanitari vengono classificati così».

Nel 2017 Giudetti si trovava a bordo della nave Sea Watch 3 e durante un’operazione di soccorso in mare al largo della Libia, dove perirono 50 migranti, partecipò al salvataggio di una donna nigeriana. Il bambino di due anni di quella donna non potè essere salvato, era ormai annegato tra le onde, e i sommozzatori poterono soltanto recuperarne il corpicino. Giudetti testimoniò ai media quella sua esperienza e poi andò a raccontarla anche nelle scuole e nelle piazze, partecipando ad alcuni eventi organizzati da associazioni locali.
Nel 2021, mentre lavorava come cooperante a Raqqa, in Siria, ha sostenuto l’esame di relazioni internazionali da remoto, svolgendo l’interrogazione in una stanza del compound di una Ong, una sede circondata dal filo spinato. Fuori c’era la città devastata, per anni roccaforte dell’Isis, con i bambini che non potendo andare a scuola, giravano tra le macerie insieme ad altre persone sfollate, soffrendo per la mancanza di acqua, cibo ed elettricità. Nel 2024 insieme alla giornalista Angela Iantosca, Giudetti pubblica “Con loro come loro. Storie di donne e bambini in fuga”. Un libro testimonianza, vincitore del premio “Nadia Toffa”, che raccoglie parte delle sue esperienze dall’Iraq, Palestina, Libano, Nigeria, Haiti, perché per Giudetti «raccontare è un dovere morale, l’umanità si difende anche così».
Ma nel luglio del 2025 nella Striscia di Gaza si è trovato nella pericolosa situazione di dover fuggire a gambe levate dall’alloggio situato nella zona di Deir al Balah, quando anche quell’area protetta per scopi umanitari, ben nota a tutte le parti del conflitto in quanto classificata come deconflicted zone, perché è lì che c’erano i magazzini dei farmaci e anche alcuni uffici delle Nazioni Unite, è stata invece presa di mira dall’offensiva via terra e dai bombardamenti dell’Idf.

Sono trascorsi oltre quattro mesi dal 10 ottobre 2025 e dalla firma dell’accordo sul cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, ma sulla Striscia aleggia ancora la morte tra le macerie, gli stenti dei sopravvissuti, il gelo e gli allagamenti. La Yellow Line (la linea gialla di demarcazione) divide Gaza in due tronconi, assegnando il 53 per cento del controllo a Israele. E ora Israele ha annunciato che porrà fine alle attività di Medici Senza Frontiere e di altre organizzazioni umanitarie dal 28 febbraio. Secondo il ministero israeliano per gli Affari della Diaspora e la Lotta all’Antisemitismo, la decisione è legata alla mancata consegna da parte delle Ong dell’elenco nominativo del personale palestinese da loro impiegato, un requisito richiesto a tutte le organizzazioni umanitarie operanti nell’area della Striscia.