di Francesco Migliore –
Nonostante non sia ancora passata una settimana dall’attacco israeliano-americano nei confronti della Repubblica islamica iraniana che ha condotto alla morte della stessa Guida Suprema, Ali Khamenei, e le notizie che giungono dal fianco est dell’Europa siano ancora frammentarie e in continuo aggiornamento, queste ultime permettono ugualmente di fissare alcuni punti della situazione, fornendo una conoscenza del contesto e degli scenari che si apprestano a palesarsi.
I fatti.
I fatti sono noti: nella mattina del 28 febbraio, alle 07.30 circa, ora italiana, il ministro della Difesa dello Stato ebraico, Israel Katz, ha comunicato che “Israele ha lanciato un attacco preventivo contro l’Iran per rimuovere le minacce allo Stato”.
Circa un’ora dopo l’annuncio di Israel Katz, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha pubblicato un video su Truth facendo sapere che “abbiamo iniziato una grande operazione in Iran. L’obiettivo è difendere gli americani eliminando imminenti minacce del regime iraniano”.
La risposta iraniana non si è fatta attendere. Meno di quattro ore dopo, le Guardie Rivoluzionarie in Iran hanno annunciato l’operazione “Truth Promise 4” in risposta all’aggressione americano-sionista contro il territorio iraniano. In poche ore sono stati lanciati missili balistici e droni in Bahrein, verso basi americane in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti, e sono stati colpiti anche Dubai e alcune postazioni in Arabia Saudita.
La non dichiarazione di guerra e la minaccia imminente.
La Carta delle Nazioni Unite, di cui lo stesso Iran è paese membro, vieta la minaccia o l’uso della forza (art. 2.4), sancendo l’illegittimità della dichiarazione di guerra unilaterale. L’uso delle armi è ammesso solo per legittima difesa (art. 51) o sotto autorizzazione del Consiglio di Sicurezza (capitolo VII) per il mantenimento della pace.
La stessa Costituzione degli Stati Uniti distribuisce i poteri bellici tra i due rami del governo. Di fatto, l’art. I, sez. 8 attribuisce al Congresso il potere di “dichiarare guerra”, mentre l’art. II designa il Presidente come “Comandante in capo” delle Forze Armate.
Alla domanda se il Presidente degli Stati Uniti possa agire unilateralmente in materia di guerra, David Janovsky, Acting Director of The Constitution Project presso il Project on Government Oversight, intervistato da Time il 28 febbraio, è stato netto: “la risposta breve è no”.
A meno che, sfruttando una legge del 1973 (War Powers Resolution), vi sia una minaccia imminente (come ha dichiarato lo stesso Trump). Al quesito se esistesse una minaccia imminente nei confronti degli Stati Uniti, Pentagono, CIA e, per certi versi, il vicepresidente J.D. Vance hanno risposto negativamente.
A suffragare tale tesi è stato lo stesso ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, mediatore dei negoziati sul nucleare tra USA e Iran, che, entusiasta, lo stesso 27 febbraio, celebrando i progressi ottenuti durante i negoziati, annunciava che “la pace è a portata di mano”.
La questione nucleare.
A complicare il quadro e a far venire meno l’urgenza di una valida motivazione per giustificare un attacco militare è intervenuto lo stesso direttore dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), Rafael Grossi, il quale, confermando il raggiungimento della soglia del 60% di arricchimento dell’uranio, assicurava che non ci sono prove di un programma iraniano finalizzato alla costruzione di armi nucleari, anche perché gli stessi analisti stimavano un percorso di uno o due anni per il raggiungimento del 90%.
Se a questo si aggiungono i rapporti dell’intelligence statunitense di marzo 2025, che negavano l’esistenza di un programma nucleare bellico, o le stesse dichiarazioni del Presidente Trump all’indomani della cosiddetta guerra dei 12 giorni (giugno 2025), che riguardo al programma nucleare iraniano dichiarava che questo era stato “obliterated”, la domanda sull’urgenza dell’attacco rimane inevasa.
L’uccisione di Khamenei e il superamento della linea rossa.
Se l’inedito coinvolgimento degli USA durante il primo scontro ad alta intensità fra Teheran e Tel Aviv del giugno scorso aveva certamente segnato un punto di svolta nei rapporti tra USA e Iran, considerato dagli statunitensi paese ostile sin dalla rivoluzione islamica del 1979, l’attacco del 28 febbraio ha sancito il definitivo — e dunque dalle conseguenze ignote — superamento della cosiddetta linea rossa che in qualche modo aveva garantito, nonostante gli scossoni, un precario equilibrio tra le due potenze.
L’uccisione della Guida Suprema è stata un’opzione mai messa sul tavolo delle ipotesi proprio perché il ruolo assegnatole non era quello di un semplice capo di Stato, ma un ibrido tra una figura politica e una guida spirituale per il mondo sciita.
Lo stesso Grande Ayatollah Ali al-Sistani, massima autorità religiosa sciita dell’Iraq, che di certo non esprimeva molte simpatie per Ali Khamenei, metteva in guardia il mondo sulle conseguenze derivanti dall’eliminazione del leader iraniano.
Persia: non una nazione, ma un’idea.
Per poter cercare di capire il complesso sistema iraniano occorre riavvolgere il nastro della storia iraniana, o, per meglio dire, persiana, che sicuramente non inizia nel 1979 con la rivoluzione islamica né tanto meno con la presa del potere della dinastia Pahlavi (1921), ma affonda le radici nelle imprese di Serse (519 a.C.) e di Ciro il Grande (559 a.C.).
I millenni trascorsi hanno dimostrato che la Persia, oggi Iran, non è una semplice nazione, ma un’idea di ordine, di giustizia, di equilibrio tra potere e morale, dove sacro e profano si sono sempre mischiati.
Senza voler ripercorrere i millenni di storia, occorre partire dall’intervallo di tempo tra Cinquecento e Settecento, quando dinastie come i Safavidi decisero di adottare lo sciismo duodecimano come religione ufficiale. Tale decisione segnò una svolta storica le cui ripercussioni segnano ancora oggi il Paese.
Di fatto, in attesa che il dodicesimo Imam — occultato, non morto ma nascosto — si riveli al mondo e torni come Mahdī per ristabilire giustizia e verità nel mondo, nessuna autorità è legittima. Tuttavia le comunità devono essere guidate. Tale ruolo nello sciismo viene assegnato agli ulama: i dotti, chiamati a interpretare la legge islamica in vece dell’Imam e a cui la comunità si affida e si è affidata per secoli, fino alla presa del potere della dinastia Pahlavi, spodestata dalla rivoluzione del 1979.
È su questo complesso sistema teologico che basa la propria legittimità la rivoluzione islamica e dunque la Repubblica iraniana (principio del velayat-e faqih: il governo del giurisperito).
I pasdaran prendono il potere?
Come si è detto, il regime iraniano, per quanto brutale e repressivo, non è un regime monolitico dove il potere è affidato in maniera assolutistica alla Guida Suprema. Se, con fatica, accettiamo la narrazione della testa del serpente, qui non c’è nessuna testa da tagliare e, se c’è la coda, rimane viva.
Sinteticamente, la Guida Suprema rappresentava l’apice teocratico, ma la costituzione iraniana prevede una distribuzione del potere tra più centri: il Consiglio dei Guardiani, l’Assemblea degli Esperti e soprattutto l’apparato dei Pasdaran (in persiano Sepah-e Pasdaran-e Enghelab-e Islami) e il Consiglio di Sicurezza nazionale, dominato da figure militari e politiche.
Il corpo dei Pasdaran è stato istituito il 5 maggio 1979 con un decreto di Khomeini poche settimane dopo l’instaurazione della Repubblica islamica, in ottica di contrappeso allo stesso esercito iraniano, ritenuto all’epoca troppo legato allo scià appena deposto e che tutt’ora ha un ruolo secondario.
La funzione di questi ultimi non si esaurisce nella mera e semplice difesa dei confini, ma nella salvaguardia della Rivoluzione stessa. Infatti, oltre alle loro qualità strettamente militari, i membri sono reclutati in base alla loro incrollabile adesione al regime e dunque alla rivoluzione islamica.
Una delle poche certezze che il conflitto ci ha recentemente fornito è la consacrazione al potere dei Guardiani della Rivoluzione (IRGC), che, come sottolinea Nicola Pedde, direttore dell’Institute for Global Studies, è “molto meno pragmatico, molto meno orientato al negoziato” e, come dimostra la determinata reazione iraniana a cui assistiamo in questi giorni, è potenzialmente in grado di rigenerare e sviluppare in tempi rapidi una capacità di resilienza maggiore di quanto valutato da parte di Stati Uniti e Israele.
Strategia iraniana: offensiva asimmetrica e “saturazione regionale”.
Vista e considerata la superiorità tecnologica e militare israelo-statunitense, l’Iran ha deciso di orientare la propria strategia militare nella massimizzazione del costo da sostenere per gli aggressori e i loro alleati. In base agli ultimi dati a disposizione, e in continuo aggiornamento, i voli cancellati nella regione hanno superato la soglia dei 40.000. Questi numeri non hanno precedenti nella storia, neppure durante la pandemia di Covid.
Oltre al settore aereo, si registrano ingenti perdite economiche anche nel settore turistico: le quotazioni in borsa di gruppi come Accor (primo gruppo alberghiero europeo) o Tui (uno dei maggiori tour operator europei) stanno crollando inesorabilmente.
Di fatto Dubai, Doha, Abu Dhabi e, recentemente, la stessa Riad non sono semplici aeroporti, ma hub globali della finanza e del commercio che rappresentano anche un fondamentale punto di ingresso per l’Asia.
L’attacco iraniano a strutture civili come hotel, aeroporti o lo stesso Burj Khalifa, simbolo del lusso di Dubai, fa venire meno anche quella percezione di oasi di pace che, con fatica, le monarchie del Golfo avevano costruito in questi anni.
Se per anni gli Emirati hanno vissuto di petrolio, oggi questo pesa meno del 2% del PIL dell’emirato. Il motore economico è quasi interamente non-oil: commercio, turismo, real estate di fascia alta e servizi finanziari. Sfruttando l’instabilità dei suoi vicini di casa, città come Dubai e Doha hanno attratto centinaia di banche, hedge fund e società di wealth management, diventando un polo finanziario di riferimento per Medio Oriente, Africa e Asia meridionale.
Occhi puntati sullo Stretto di Hormuz.
Per anni l’eventuale “chiusura” dello Stretto di Hormuz, largo appena 55 chilometri, che separa il Golfo Persico dal Mar Arabico, è stata considerata l’ultima carta a disposizione dell’Iran. L’arma letale da utilizzare solo in casi estremi. Questo perché la sua chiusura danneggerebbe la stessa economia iraniana, già precaria.
Tuttavia oggi ci troviamo in una situazione che non ha precedenti (neanche durante la Seconda guerra mondiale lo stretto è stato chiuso) e, se l’obiettivo dell’Iran è la sua stessa sopravvivenza, allora non ci sono più limiti. Tecnicamente lo stretto non è chiuso nel senso letterale del termine: di fatto nessuna struttura presente è stata danneggiata o attaccata.
Ma l’aumento del rischio militare nel Golfo ha condotto le principali compagnie assicurative marittime – a partire dal mercato londinese che ruota attorno a Lloyd’s – a sospendere o a rendere proibitive le polizze di war risk insurance per le navi che attraversano lo Stretto. Senza assicurazione le navi non navigano e, se il mercato si ritira, il traffico si blocca.
Se consideriamo che dal sopracitato stretto, nel solo 2025, sono transitati circa 13 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a circa il 31% delle spedizioni petrolifere globali, si intuisce che il danno è sistemico.
Se durante la crisi petrolifera del 1973 i paesi più esposti erano quelli occidentali, oggi a farne le spese sono soprattutto i paesi asiatici. Cina e India in primis, il cui consumo di petrolio che transita dallo stretto si attesta su circa 22 milioni di barili al giorno.
L’Italia, l’Europa e la questione del gas.
Dallo Stretto di Hormuz non passa solo il petrolio, ma anche il gas. Subito dopo la crisi scatenata dal conflitto in Ucraina, l’Europa e soprattutto l’Italia sono state costrette a correre immediatamente ai ripari circa l’approvvigionamento del gas. Oggi dallo stretto transita il 20% delle forniture globali di gas naturale liquefatto (GNL).
L’Italia è tra i paesi più esposti, dal momento che oltre un decimo dei propri consumi di gas (quasi il triplo rispetto alla media europea) dipende dalle importazioni dal Qatar.
Per capire il grado di vulnerabilità del nostro paese occorre aggiungere che, in termini di consumi energetici, l’Italia dipende dal gas per ben il 38% dei propri consumi totali, contro un 20% della Polonia e un 7% dell’India.
Naturalmente, la riduzione del commercio del gas condurrà i paesi importatori a cercare fonti alternative di approvvigionamento, facendo ulteriormente salire i prezzi. In soli due giorni il prezzo all’ingrosso del gas naturale in UE è quasi raddoppiato, superando quota 60 €/MWh.
Il probabile protrarsi del conflitto potrebbe restituire competitività al gas russo, che rischierebbe di mettere alle strette l’UE, la quale ha recentemente approvato il regolamento europeo per portare a zero le importazioni di gas russo dal 2027.
Vincit qui patitur? La matematica dei droni e dell’acqua.
La citata frase latina, traducibile letteralmente come “vince chi resiste” o con “chi la dura la vince”, sembra descrivere la strategia militare adottata dalla Repubblica Islamica la quale, nonostante l’inferiorità militare, può contare su nuovi strumenti di attacco in grado di mettere – nel lungo periodo – in seria difficoltà gli aggressori.
La strategia di logoramento viene messa in atto attraverso l’utilizzo di droni che occupano il centro della scena del conflitto. Nell’ultima settimana gli iraniani hanno impiegato ogni giorno più droni di quanti i russi riescano a far volare sull’Ucraina (circa 150 unità in media ogni 24 ore).
In base alle ultime stime, l’arsenale iraniano può contare su circa 80.000 droni Shahed, che in persiano significa “testimone della fede” o “martire”. Una delle sue caratteristiche, oltre a essere un drone kamikaze senza pilota che non necessita di particolari rampe di lancio, è il suo costo relativamente basso, che si aggira tra i 20.000 e i 50.000 dollari, a seconda delle tecniche specifiche utilizzate.
Di contro, il costo degli strumenti necessari per abbatterlo può arrivare a decine di milioni. Esempio: le munizioni dei sistemi THAAD costano oltre 12 milioni. Matematicamente, per Teheran, lanciare circa 200 droni al giorno costa quanto alle forze americane impiegare due soli missili intercettori PAC-3 impiegati dalle batterie Patriot. A questo ritmo, l’Iran potrebbe continuare a colpire i suoi vicini per mesi.
A tale equazione va aggiunto che le scorte dei missili intercettori non sono infinite e stanno già scarseggiando. Utilizzati soprattutto in Ucraina, adesso Pentagono e paesi del Golfo stanno chiedendo agli ucraini di comprare i loro intercettori. Segno che in politica anche colui che dà il mazzo di carte può cambiare.
Un altro punto vulnerabile della regione è l’acqua. Come ha fatto notare il professore Jiang Xuequin, gran parte delle città del Golfo (Dubai, Abu Dhabi, Doha, Manama) dipendono quasi interamente da impianti di desalinizzazione che trasformano l’acqua del mare in acqua potabile.
In molti paesi della regione questi impianti producono tra il 60 e il 90 per cento dell’acqua utilizzata dalla popolazione. Basterebbe distruggere alcune di queste infrastrutture civili per generare una crisi immediata senza nemmeno dover colpire le basi americane. Anche la perdita di un singolo grande impianto potrebbe lasciare metropoli di milioni di abitanti senza acqua potabile nel giro di pochi giorni, generando una crisi economica e politica immediata, difficile da risolvere per gli Stati Uniti.
Quali scenari?
Il conflitto scatenato da Usa e Israele e soprattutto l’eliminazione di Khamenei hanno gettato nel caos l’intera regione. Moltiplicandosi le incognite e gli attori geopolitici coinvolti, gli esiti sono del tutto imprevedibili e rischiano di far scivolare non solo il Medio Oriente, ma anche Europa e l’Asia in un abisso.
Gli eventi confermano il timore del Presidente della Repubblica Italiana, Sergio Mattarella, il quale, meno di un anno fa, metteva in guardia il mondo spiegando che esso stesso si trovasse su un “pericoloso crinale” simile al 1914, che rischia di farlo scivolare in un baratro di violenza incontrollata.
Per quanto incerti e imprevedibili, gli scenari che si possono immaginare sono molteplici. Se l’ipotesi di un regime change sembra tramontare, ma non del tutto scomparire, le potenze coinvolte si preparano a tale ipotesi.
Soluzione venezuelana: recentemente il capo di Stato maggiore dell’IDF, Eyal Zamir, ha affermato che “la guerra contro l’Iran è pronta a entrare in una nuova fase”.
Cosa significhi esattamente non è dato sapersi. Ma è probabile che nei prossimi giorni Israele si concentrerà sulle infrastrutture sotterranee iraniane, dove i pasdaran nascondono buona parte del loro arsenale militare. Per quanto complessa, questa operazione potrebbe indebolire talmente tanto il regime iraniano da costringerlo a rinegoziare non soltanto il nucleare, ma la sua completa postura nella regione.
Se i paesi arabi sunniti del Golfo accetteranno l’esistenza di una sola potenza, ebraica, dotata di bombe atomiche, ubriaca di vittorie militari, superiore tecnologicamente e militarmente, che ridisegna unilateralmente e senza contrappesi la mappa della regione, è una teoria alquanto difficile da realizzare, ma non da immaginare.
I Pasdaran resistono: oltre al fastidio delle petro-monarchie del Golfo e della stessa Arabia Saudita, a rendere difficile, ma non impossibile, tale piano è la resistenza e resilienza dei Pasdaran stessi, i quali, sfruttando gli strumenti analizzati sopra, potrebbero riuscire a impantanare Trump e Netanyahu in un conflitto prolungato, dove, cadendo le maschere e vaporizzandosi l’idea della guerra lampo di novecentesca memoria, si aprirebbero scenari finora inimmaginabili, compreso l’incubo per eccellenza americano: boots on the ground.
Tale ipotesi, nefasta per gli americani, viene, a giorni alterni, ventilata da Trump, salvo poi essere smentita da lui stesso.
L’ultima volta che gli americani hanno messo gli stivali sul terreno è stato in Iraq, dove è stato inviato un numero pari a 145.000 soldati. Alla vigilia dell’invasione americana del 2003, la popolazione dell’Iraq era stimata in circa 25 milioni di abitanti.
Oggi, circa 50.000 soldati USA sono stati assegnati in Medio Oriente. La popolazione iraniana si attesta sui 92 milioni.
Il regime collassa e l’implosione.
Lo stesso 28 febbraio, il primo ministro dello Stato di Israele, Netanyahu, ha esortato “il coraggioso popolo iraniano” a “prendere in mano il proprio destino”. Stavolta il premier israeliano ha cercato di essere più preciso circa la definizione di popolo iraniano.
Di fatti si è rivolto non solo ai persiani, che costituiscono il 60% della popolazione, ma anche ai curdi (7%), agli azeri (16%), ai beluci (2%) e agli ahwazi (gruppo etnico arabo indigeno che vive principalmente nella provincia del Khuzestan, nell’Iran sud-occidentale, con una popolazione stimata intorno a 1,6 milioni di persone).
Quasi a voler sottolineare e sobillare le varie minoranze etniche che compongono il territorio iraniano. Oltre a questi esistono: turkmeni (1%), gruppi tribali turchi (ad esempio Qashqai) (1%) e gruppi non persiani e non turchi (ad esempio armeni, georgiani, assiri, circassi) meno dell’1%.
Se l’obiettivo di Israele è l’implosione stessa dell’Iran, le conseguenze possono superare di gran lunga quelle che abbiamo recentemente visto in Libia, dove gruppi armati e migliaia di milizie scorrazzano indisturbati. Proporzionando il tutto a 92 milioni di persone, la cui età media si attesta sui 34 anni (contro i 48,8 dell’Italia), si intuisce il danno sistemico che ne deriverebbe. A questo quadro già complicato occorre aggiungere che l’Iran confina con Pakistan e Afghanistan, dove, nonostante sia messa in secondo piano, è in corso un conflitto.
Cosa accade nei dintorni?
«Lo statista che cede alla febbre della guerra deve rendersi conto che, una volta dato il segnale, egli non è più il padrone della politica, ma lo schiavo di eventi imprevedibili e incontrollabili.»
Con queste parole, Winston Churchill, che di certo non era un convinto pacifista, spiegava come, una volta appicciata la miccia, le fiamme della guerra si propagano e non sono oggetto di controllo.
Il 5 marzo un sottomarino americano ha affondato una nave da guerra iraniana a circa 25 miglia dalle coste dello Sri Lanka.
Lo stesso giorno alcuni droni, lanciati dal territorio iraniano, hanno colpito l’aeroporto internazionale di Nakhchivan.
Il 2 marzo un drone iraniano, verosimilmente lanciato da Hezbollah, è stato abbattuto sui cieli della Turchia. La stessa Ankara, ostile al volersi far trascinare nel conflitto, ha cercato di ridimensionare l’accaduto, sostenendo che l’attacco era diretto verso Cipro, dunque Unione Europea. A Cipro sono presenti due basi inglesi, in particolare quella di Akrotiri, dove sono caduti pezzi del drone, causando lievi danni alla pista, ma, fortunatamente, nessuna vittima.
Gli attacchi a est e a ovest da parte iraniana rientrano nella strategia di coinvolgere più attori possibili, in modo tale da far leva su più cancellerie che, nell’intenzione iraniana, siano in grado di fare pressione diplomatica su Israele e USA.
Cipro è il vaso di Pandora.
La Repubblica cipriota, come detto, è membro dell’Unione Europea. Tuttavia è spaccata in due. Da un lato è parte dello spazio politico occidentale, ma ospita una sovranità esterna. A sud la Repubblica di Cipro (UE), a nord la Repubblica Turca di Cipro del Nord, riconosciuta solo dalla Turchia.
Come se non bastasse, la Repubblica di Cipro convive con enclave dove sono presenti le due basi inglesi di Akrotiri e Dhekelia, che non sono semplicemente basi in affitto, ma porzioni di sovranità del Regno Unito dal 1960, sottratte con la decolonizzazione.
A nord, invece, l’isola ospita 40.000 soldati turchi, le cui unità si era deciso, ben prima del 28 febbraio, di aumentare a 100.000.
Nell’ottica di “sigillare” Cipro, tra i vari paesi che si apprestano a blindare l’isola c’è anche la Grecia, che ha mandato due fregate militari, suscitando le proteste di Ankara, che da anni si contende quella zona dell’Egeo con la Grecia e che di certo non può accettare ben volentieri l’aumento di truppe greche nella zona. Un piccolo incidente, fisiologico in questo clima, rischia di far saltare anche quel già precario equilibrio.
E allora perché questa follia?
Alla luce di quanto soprascritto, pare opportuno chiedersi il perché di questa guerra. Per rispondere a tale domanda occorre partire da due anni fa. Difatti era il maggio 2024 quando, durante la campagna elettorale americana, l’attuale presidente Trump assicurava che con lui alla Presidenza non ci sarebbero state più guerre.
Dall’inizio della sua seconda presidenza sono già sette i paesi bombardati dagli Stati Uniti in giro per il mondo (prima dell’Iran c’erano stati Somalia, Iraq, Yemen, Siria, Nigeria e naturalmente Venezuela, con la cattura e deportazione di Nicolas Maduro).
Ma se tra questi ultimi rientrano anche operazioni di puro antiterrorismo o conseguenze circoscritte, quella in Iran risulta difficile da comprendere.
Durante il discorso sullo Stato dell’Unione del 25 febbraio scorso, in 47 minuti Trump ha dedicato all’Iran meno di tre minuti.
Non aiutano di certo le dichiarazioni che si sono susseguite in quei giorni. Difatti, mentre Trump esortava gli iraniani a sollevarsi contro il regime, contemporaneamente il segretario alla Difesa Pete Hegseth insisteva sul fatto che l’operazione non mirasse a un cambio di regime.
Il vicepresidente JD Vance, invece, dichiarava che l’obiettivo degli Stati Uniti è “quello di garantire che l’Iran non possa possedere un’arma nucleare”.
Il fatto che il Presidente, e dunque Comandante in Capo, e il suo segretario alla Guerra si contraddicano sullo scopo fondamentale di un conflitto dagli esiti potenzialmente cataclismatici è l’esatta fotografia dello scontro all’interno dell’amministrazione americana.
Tra le varie dichiarazioni discordanti tra loro, quella che è balzata agli occhi è quella rilasciata da Marco Rubio in un’intervista al Guardian, lasciando intendere che la tempistica dell’attacco possa essere stata in parte dettata da Israele. Ipotesi smentita dallo stesso Presidente Trump che, correggendo il tiro, ha precisato: “Semmai sono io che ho forzato la mano a Israele”.
Ma se da una parte si comprendono le ragioni di Israele, che senza mezzi termini pensa che questo sia il momento adatto per espandere la sua egemonia regionale, la quale non può essere completata fino a che sopravvive il regime degli ayatollah, dall’altra parte non si conoscono le motivazioni americane.
Di certo l’imprevedibile umoralità di Trump sta facendo il gioco di Netanyahu, il quale mira a imporre la sua legge della giungla usando le risorse dell’America.












