di Giuseppe Gagliano –
Cinque morti nella notte tra il 5 e il 6 dicembre, poi altri sei soldati pakistani uccisi l’8-9 dicembre a Kurram. Il confine tra Pakistan e Afghanistan è tornato a sparare, e stavolta con una violenza che non si vedeva dagli scontri di ottobre, i peggiori dal 2021.
I due governi, come al solito, si accusano a vicenda. Kabul parla di “bombardamenti non provocati” dell’artiglieria pakistana su Spin Boldak (provincia di Kandahar) e conta cinque vittime, tra cui un talebano. Islamabad replica che sono state le forze afghane a aprire il fuoco per prime a Chaman e giura di aver risposto solo per “proteggere l’integrità territoriale e i cittadini pakistani”.
La verità, come sempre lungo la Linea Durand, è che nessuno dei due Stati controlla davvero ciò che succede sul terreno.
Il Pakistan accusa i talebani afghani di dare rifugio, o almeno di chiudere un occhio, sui Tehrik-e-Taliban Pakistan (TTP), i “taleban pakistani” che negli ultimi dodici mesi hanno compiuto almeno 600 attacchi contro le forze di sicurezza di Islamabad. Solo il 3 dicembre un’autobomba TTP ha ucciso tre poliziotti a pochi chilometri dal confine. Islamabad è convinto che i santuari TTP siano in territorio afghano e minaccia da mesi di colpire direttamente se Kabul non agisce.
I talebani afghani, dal canto loro, negano ogni responsabilità: “Non possiamo fare la polizia al posto vostro dentro il Pakistan”. E aggiungono, non del tutto a torto, che anche l’ISKP (la filiale afghana dello Stato Islamico, nemica giurata dei talebani) trova spesso riparo in aree tribali pakistane quando viene inseguita dalle loro forze speciali.
Il risultato è un gioco al massacro in cui nessuno vince e tutti perdono: i soldati e i civili che muoiono, le comunità pashtun divise da una frontiera coloniale che nessuno riconosce davvero, e due governi deboli che usano la guerra di confine per distrarre dai disastri interni. Perché è questo il punto: sia Islamabad sia Kabul hanno bisogno del nemico esterno.
In Pakistan l’esercito, che comanda davvero, usa la minaccia talebana per giustificare il suo peso politico e per tenere sotto pressione il governo civile di Shehbaz Sharif, già fragile di suo. Ogni attentato TTP rafforza la narrativa: “Vedete? Senza di noi il Paese va a rotoli”.
A Kabul i talebani devono dimostrare di essere capaci di governare un Paese allo stremo, ma falliscono su tutti i fronti: economia collassata, carestia, isolamento internazionale. Un po’ di orgoglio nazionalista contro il “nemico storico pakistano” è l’unico collante che resta per tenere insieme un regime che rischia di implodere per le rivalità interne.
I colloqui di pace mediati da Qatar, Turchia e Arabia Saudita (l’ultimo round appena una settimana fa a Gedda) si sono conclusi con un nulla di fatto e la proroga di un cessate-il-fuoco che esiste solo sulla carta. Nessuno crede davvero che la prossima riunione cambierà qualcosa.
Intanto la spirale continua: più attacchi TTP in Pakistan, più bombardamenti pakistani in Afghanistan, più rabbia talebana, più spazi per TTP e ISKP, più attentati, più bombardamenti.
Un copione già visto mille volte lungo quella linea di 2.670 chilometri tracciata nel 1893 da un burocrate britannico, Sir Mortimer Durand, che divide la nazione pashtun e che nessuno, né Kabul né Islamabad, ha mai accettato fino in fondo.
Fino a quando i due Paesi non troveranno un modo per cooperare davvero contro i gruppi armati (impresa quasi impossibile, visti i livelli di sfiducia), o finché uno dei due non deciderà di invadere sul serio i santuari dell’altro (rischio altissimo), il confine continuerà a sanguinare.E i morti di Kurram e Spin Boldak non saranno gli ultimi.












