Afghanistan. Gli Usa e il vecchio vizio di voler dominare il mondo

di Giuseppe Gagliano –

Il fallimento dell’intervento euroatlantico in Afghanistan si può certo prestare a numerose considerazioni, ma si potrebbe farne una di carattere generale. Una delle cause, certamente non la sola, dei processi di destabilizzazione che in questi ultimi cinquant’anni si sono verificati a livello globale è da attribuirsi alle ambizioni egemoniche degli Stati Uniti. Infatti gran parte dei presidenti statunitensi, a prescindere dal partito di appartenenza, hanno avuto in mente un solo progetto geopolitico: la dominazione totale del mondo. L’ambizioso obiettivo nasce dalla convinzione che quello americano sia il popolo eletto, che la loro nazione sia superiore alle altre e abbia l’obbligo morale di diffondere la democrazia, le libertà fondamentali e i diritti umani in tutto il pianeta, persino contro la volontà dei popoli sui quali vorrebbero imporsi, e se necessario anche mettendo tutto a ferro e fuoco.
La visione messianica del “destino manifesto” del popolo americano ha portato la Casa Bianca a non dubitare del fatto che spetti agli Stati Uniti salvare il mondo dai suoi mali e garantire la pace e la sicurezza dei suoi abitanti. La missione di cui si sente incaricata ha trasformato l’America, ai suoi stessi occhi, nell’indiscusso e indiscutibile potere sulla faccia della Terra.
Dietro la facciata altruista, della quale si pavoneggiano con una impressionante sfacciataggine, si celano sempre interessi economici e ambizioni geopolitiche. Dietro il sorriso gentile di alcuni presidenti o i volti più aspri e persino antipatici di altri, c’è un’ombra perenne che, da dietro le quinte, orienta la politica estera americana: l’élite economica dominante, davanti alla quale si prostrano persino gli occupanti dello Studio Ovale. Questa élite sfrutta il potere garantito dall’appartenenza all’esclusivo club dell’alta finanza, al comparto industriale-militare, all’intelligence, alle influenti e ricchissime famiglie, alle religioni più potenti o alle enormi multinazionali, comprese quelle energetiche muove le fila delle grandi decisioni mondiali che poi l’amministrazione di turno adotta.
Ovunque gli Stati Uniti intervengano, nascondendosi dietro il pretesto della democrazia e della libertà ma con il chiaro obiettivo di continuare a mantenere la loro supremazia sul pianeta, il risultato è sempre lo stesso: caos, violenza, distruzione e tragedie umanitarie. Queste politiche di totale predominio dello spettro terrestre, marittimo, aereo, spaziale e cyberspaziale sono iniziate con la nascita, avvenuta durante l’amministrazione Clinton, del think tank Project for the New American Century, che aveva tra i suoi principali obiettivi l’espansione della NATO.
L’organizzazione venne potenziata da George W. Bush con la scusa della guerra globale al terrorismo e successivamente sviluppata da Barack Obama con la partecipazione alle cosiddette “Primavere arabe” (sarebbe più corretto chiamarle “rivolte”) e l’attacco alla Libia. Gli otto anni di presidenza di Obama sono un perfetto esempio di come, dietro un’impeccabile campagna mediatica effettuata su scala planetaria per ripulire l’immagine degli Stati Uniti, macchiata dal suo predecessore, e dietro l’apparenza gentile, condiscendente e tollerante del primo afroamericano alla Casa Bianca, si nascondessero le stesse aspirazioni egemoniche dei precedenti presidenti statunitensi. La differenza stava nel fatto che, sotto Obama, quelle ambizioni venivano in gran parte ignorate, quando non addirittura giustificate. Così scandali come quello dei massicci controlli della National Security Agency sui più importanti leader europei furono presentati dalla stampa quasi come degli aneddoti, quando invece c’erano i presupposti perché le strade delle principali città del Vecchio continente si riempissero di manifestanti antiamericani. In questo senso Barack Obama ha cambiato il concetto di “guerra perpetua” con quello di “missioni di pace all’estero”, anche se in realtà si è continuato ad agire negli altri Paesi allo stesso modo, anzi persino con maggiore violenza. In molti casi attraverso operazioni sotto copertura in cui venivano impiegate le forze speciali, attive in cinque continenti, e moltissimi attacchi con droni, per non parlare delle decine di migliaia di bombe lanciate in Afghanistan, Iraq o Siria, o del florido commercio di armi con l’Arabia Saudita. Nel 2015, per esempio, un rapporto elaborato dal Bureau of Investigative Journalism stimava che dall’anno prima soltanto in territorio pakistano fossero stati effettuati circa 414 attacchi con droni, calcolando il numero di “obiettivi abbattuti” tra i 2.445 e i 3.945. Di questi, tra i 421 e i 960 erano civili, tra i 172 e i 207 minori. Inoltre alcune fonti informavano che il governo statunitense considerava come “combattenti” tutti gli individui maschi in età di leva abbattuti nella zona attaccata con i droni.