di Giuseppe Gagliano –
La notizia dell’invio di 45 milioni di dollari in contanti all’Afghanistan da parte dell’amministrazione Trump ha riaperto una ferita che negli Stati Uniti non si è mai rimarginata: quella della guerra afghana e del suo epilogo. A distanza di quattro anni dal ritorno dei Talebani al potere, Washington continua a muoversi dentro una contraddizione irrisolta, dove l’assistenza umanitaria e il finanziamento indiretto di un regime ostile finiscono per sovrapporsi.
Il dato politico è evidente: una parte consistente del Partito Repubblicano accusa la Casa Bianca di aver tradito lo spirito dell’America First, consentendo che fondi pubblici statunitensi finiscano, direttamente o indirettamente, nelle mani del governo talebano. Non è una polemica marginale, ma un attacco frontale alla coerenza strategica dell’amministrazione.
Formalmente, il denaro destinato all’Afghanistan è approvato dal Congresso per sostenere la popolazione civile attraverso organizzazioni internazionali e ONG. Nella pratica, però, il controllo territoriale esercitato dai Talebani rende quasi impossibile impedire che una parte significativa di questi fondi venga intercettata dal regime. Il controllo della Banca Centrale afghana, la gestione dei flussi logistici e la capacità di imporre tasse e commissioni trasformano ogni aiuto in una rendita politica.
Le dichiarazioni dell’ex ispettore speciale per la ricostruzione dell’Afghanistan, John Sopko, restano emblematiche: nessuna autorità americana è in grado di garantire che i contribuenti statunitensi non stiano finanziando i Talebani. È una ammissione grave, che fotografa l’impotenza strutturale di Washington in un Paese da cui si è ritirata militarmente, ma non politicamente.
La reazione del deputato Tim Burchett e di altri esponenti conservatori non riguarda solo l’Afghanistan. Tocca un nervo profondo della politica americana: l’idea che gli Stati Uniti continuino a pagare il prezzo di errori strategici senza mai chiudere davvero i conti con il passato. Per questa ala del Partito Repubblicano, ogni dollaro inviato a Kabul è una sconfessione del sacrificio militare e umano di vent’anni di guerra.
La richiesta di bloccare o vincolare rigidamente i finanziamenti è anche un messaggio politico interno: l’Afghanistan non è più una priorità di sicurezza nazionale, e continuare a investirvi risorse significa sottrarle ad altri teatri considerati più rilevanti, dalla competizione con la Cina alla guerra in Europa orientale.
Il vero problema, però, è l’assenza di una strategia coerente. Gli Stati Uniti non riconoscono il governo talebano, ma ne accettano di fatto il ruolo di interlocutore inevitabile. Non vogliono legittimarlo, ma ne finanziano indirettamente la sopravvivenza economica. Non intendono tornare militarmente in Afghanistan, ma temono che il collasso umanitario possa generare instabilità regionale, terrorismo e nuove ondate migratorie.
In questo vuoto strategico, gli aiuti diventano uno strumento di gestione dell’emergenza, non di soluzione del problema. Un modo per congelare la crisi, non per risolverla.
Il caso dei 45 milioni di dollari è solo l’ultimo episodio di una lunga serie. Secondo stime citate in Congresso, negli ultimi anni sarebbero stati inviati oltre 5 miliardi di dollari in Afghanistan dopo il ritiro del 2021. Una cifra che racconta meglio di qualsiasi discorso quanto la guerra, pur dichiarata finita, continui a produrre costi politici, economici e morali.
L’Afghanistan resta così il simbolo di una potenza che ha perso la capacità di chiudere i conflitti senza rimanerne prigioniera. Gli Stati Uniti non combattono più i Talebani, ma non riescono nemmeno a smettere di sostenerne, indirettamente, il sistema di potere. È il paradosso finale di una guerra che doveva esportare stabilità e ha lasciato solo ambiguità.












