di Giuseppe Gagliano –
Il pronunciamento del Gruppo di Lavoro delle Nazioni Unite sui Diritti Umani che attribuisce a Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti la responsabilità congiunta per la detenzione arbitraria di un ex colonnello di polizia afghano, evacuato da Kabul nel 2021, va ben oltre la vicenda individuale. È la fotografia di un fallimento collettivo: quello della gestione internazionale dei rifugiati, della cooperazione tra Washington e i suoi partner del Golfo, e dell’illusione che la ritirata dall’Afghanistan potesse chiudere rapidamente un capitolo lungo vent’anni.
L’uomo, identificato come “Signor B”, collaboratore delle forze statunitensi e minacciato dai Talebani, era stato evacuato con la promessa di un rapido reinsediamento negli USA. Invece ha trascorso oltre due anni nell’Emirates Humanitarian City di Abu Dhabi, un complesso residenziale che nei fatti ha funzionato come una prigione a cielo aperto. L’ONU ha qualificato la sua condizione come detenzione arbitraria, mettendo in luce le responsabilità di Washington, che ha violato i propri obblighi internazionali, e degli Emirati, che hanno usato la struttura come strumento di controllo politico.
Questo caso rivela come i rifugiati afghani siano diventati un fattore di negoziazione geopolitica. Gli Emirati, partner militare e logistico degli USA, hanno accettato di ospitare migliaia di evacuati con la prospettiva di guadagni politici e di prestigio internazionale. Ma col passare del tempo, la gestione si è trasformata in un onere e in una leva di pressione. Le minacce di deportazione, i rimpatri forzati e le condizioni restrittive hanno mostrato che gli afghani non erano ospiti, ma pedine sacrificabili in una più ampia partita diplomatica.
Gli Stati Uniti avevano garantito, sotto l’amministrazione Biden, il reinsediamento di tutti gli afghani idonei. I numeri parlano di oltre 100.000 persone trasferite, ma anche di migliaia rimaste intrappolate in un limbo legale e politico. Con l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, le contraddizioni si sono acuite: da un lato la promessa di aiutare gli evacuati bloccati negli Emirati, dall’altro il silenzio su un partner come Abu Dhabi, determinato a “chiudere per sempre” il dossier. Il paradosso è evidente: Washington predica diritti e democrazia, ma tollera pratiche che li contraddicono quando a violarli sono alleati strategici.
Il collasso della gestione dei rifugiati non è solo questione umanitaria. Le detenzioni arbitrarie e i rimpatri forzati alimentano instabilità regionale, aggravano il traffico irregolare di migranti e aprono spazi alle reti criminali che sfruttano la disperazione dei profughi. Inoltre, i costi di mantenimento delle strutture come l’EHC pesano sulle casse degli Emirati e sul loro capitale politico, minando l’immagine di “hub della modernità” che il Paese vuole proiettare. Per gli USA, il fallimento mina la credibilità della loro politica estera e rende più fragile la capacità di costruire alleanze in altre aree di crisi.
Il caso del “Signor B” mette a nudo una realtà: il destino degli afghani evacuati è divenuto un terreno di scontro fra logiche securitarie e principi internazionali. Abu Dhabi, pur firmataria di accordi di cooperazione con Washington, ha mostrato come il controllo sui rifugiati possa trasformarsi in un’arma di pressione, persino nei confronti del proprio alleato principale. L’ONU, priva di strumenti coercitivi, ha prodotto una condanna morale che difficilmente cambierà i comportamenti, ma che rischia di alimentare il contenzioso legale internazionale e accrescere la tensione con le organizzazioni per i diritti umani.
Il destino dei rifugiati afghani rimane un nervo scoperto della geopolitica post-2021. La caduta di Kabul non ha solo segnato la fine della presenza occidentale, ma ha generato una diaspora gestita in modo caotico, con migliaia di persone sospese tra promesse mancate, detenzioni arbitrarie e deportazioni. La vicenda del “Signor B” è un monito: senza un quadro internazionale vincolante, i rifugiati restano ostaggi della convenienza politica e della geoeconomia della sicurezza.












