Afghanistan. Trump minaccia i talebani, ‘voglio la base di Bagram’

di Giuseppe Gagliano –

Il presidente Donald Trump ha riaperto un dossier che molti pensavano chiuso con il ritiro americano del 2021: la base aerea di Bagram. In un post su Truth Social, Trump ha avvertito i talebani che “accadranno brutte cose” se non restituiranno agli Stati Uniti il controllo del complesso militare situato a 64 km da Kabul. Un avvertimento dai toni durissimi, che arriva dopo il rifiuto ufficiale del governo afghano di negoziare la restituzione dell’installazione.
Bagram non è una base qualunque: è stata il cuore dell’apparato militare americano in Afghanistan per due decenni, ospitando fino a 40.000 soldati, una pista in grado di accogliere bombardieri strategici, depositi logistici giganteschi e un carcere tristemente noto per le violazioni dei diritti umani.
Trump ha motivato la richiesta con un argomento che guarda oltre l’Afghanistan: la vicinanza della base ai siti militari e nucleari della Cina nello Xinjiang, distante meno di 800 km. In altre parole, la riconquista di Bagram sarebbe funzionale non solo a monitorare il jihadismo nella regione, ma anche a contenere Pechino e a ristabilire una presenza americana in un punto strategico dell’Eurasia.
Questa dichiarazione mette in luce il nuovo paradigma della sicurezza USA: non più solo la lotta al terrorismo, ma il confronto diretto con la Cina e la Russia per il controllo delle aree di influenza in Asia Centrale.
I talebani, oggi pienamente padroni dell’Afghanistan, hanno respinto la minaccia. Il ministero degli Esteri ha dichiarato che il Paese non accetterà alcuna presenza militare straniera e che le relazioni con Washington devono basarsi su “rispetto reciproco e interessi condivisi”. In sostanza, Kabul cerca di accreditarsi come interlocutore sovrano e legittimo, mentre punta alla revoca delle sanzioni e al riconoscimento internazionale.
La Cina non ha perso tempo: il portavoce del ministero degli Esteri ha avvertito che “alimentare tensioni nella regione non sarà supportato”, sottolineando che il futuro dell’Afghanistan deve essere deciso dagli afghani stessi. Pechino teme che una rioccupazione americana possa trasformare Bagram in un avamposto di intelligence e di proiezione militare a ridosso dei suoi confini occidentali, nel cuore della Belt and Road Initiative.
Gli esperti avvertono che un’eventuale rioccupazione della base non sarebbe una semplice “restituzione di chiavi”. Sarebbe necessaria una forza di almeno 10mila soldati, sistemi di difesa aerea avanzati e una catena logistica imponente. Il rischio è di essere percepiti come una nuova invasione, alimentando la resistenza armata e trasformando Bagram in un bersaglio per ISIS-K, Al-Qaeda e persino per missili iraniani, come dimostrato dall’attacco a una base USA in Qatar del giugno 2025.
L’iniziativa di Trump è coerente con la sua visione di una proiezione di potenza più muscolare e di una politica estera che mira a ristabilire deterrenza e controllo su aree considerate vitali per gli interessi americani. Ma apre scenari di escalation: la Russia, già presente con basi in Tagikistan e Kirghizistan, e la Cina, che ha interessi minerari e infrastrutturali in Afghanistan, non resterebbero a guardare. L’Afghanistan rischia così di tornare campo di confronto fra grandi potenze.
Bagram diventa di nuovo il simbolo della contesa geopolitica per il cuore dell’Asia. Il messaggio di Trump è chiaro: l’America non vuole abbandonare il “grande gioco” in questa regione strategica. Ma le condizioni politiche e militari sono molto più complesse di quelle del 2001: i talebani hanno consolidato il loro potere, la Cina è una potenza globale e l’opinione pubblica americana è stanca di interventi militari costosi. La partita su Bagram sarà quindi un test decisivo per capire se Washington è pronta a riaprire un capitolo che potrebbe trascinarla di nuovo in una guerra senza fine.