Alberto Trentini e la diplomazia dello scambio di ostaggi

di Daniela Binello –

L’arresto del cooperante veneziano Alberto Trentini (46 anni), avvenuto il 15 novembre 2024 (tre settimane dopo il suo arrivo in Venezuela) mentre viaggiava da Caracas verso Guasdualito per conto dell’Ong Humanity & Inclusion, che si occupa di aiutare persone con disabilità, s’inserisce in quella che si chiama la “diplomazia degli ostaggi” e che si traduce nella tattica di arrestare cittadini stranieri innocenti per ottenere degli scambi vantaggiosi, sia a fini politici che economici.

Per agevolare lo scambio dell’ostaggio Trentini, il governo di Maduro voleva la testa di Rafael Daroo Ramirez Carreño (63 anni), ex ministro del petrolio di Hugo Chavez, divenuto uno degli oppositori più critici e autorevoli di Maduro.
Ramirez vive da anni a Roma, dove era riparato ottenendo fra il 2021 e il 2022 dal nostro Paese lo status di rifugiato politico, nonché nel 2024 anche l’archiviazione delle accuse del governo venezuelano contro di lui.

L’esito di questa vicenda non era piaciuto al governo di Maduro: due mesi dopo, infatti, Trentini viene prima fermato a un posto di blocco, poi arrestato e infine sbattuto in prigione a El Rodeo.
Si tratta della stessa tattica operata varie volte in altre nazioni, analoga a quella utilizzata dall’Iran nel caso della giornalista Cecilia Sala, liberata a pochi giorni di distanza dal rilascio dell’ingegnere Mohamed Abedini Naja-fabadi. In quel caso, Meloni aveva dovuto ottenere il via libera di Trump, in quanto Abedini era ricercato dagli Stati Uniti. Non cambia molto nemmeno ora, visto che il Venezuela è di fatto sotto il controllo di Washington.

Ramirez, fedelissimo di Hugo Chavez, ha guidato il dicastero dell’Energia e del Petrolio dal 2002 al 2013, ricoprendo per quasi tutto quel periodo la carica di presidente e amministratore delegato della Pdvsa, la compagnia petrolifera statale del Venezuela. E’ stato anche per un breve periodo ministro degli Esteri e, fino al novembre del 2017, rappresentante permanente del Venezuela presso le Nazioni Unite a New York. Da sei anni vive a Roma con la sua famiglia e, come si è detto, essendo stato dichiarato dalla giustizia italiana rifugiato politico, ovviamente non può tornare in Venezuela, a meno di decidere di rischiare la vita.
Questi i passaggi salienti della sua vicenda: nell’ottobre del 2020 il governo venezuelano ne aveva richiesto a Roma l’estradizione, accusandolo di reati tra cui peculato e riciclaggio. La richiesta di valutare l’estradizione era stata accettata dall’allora ministra della Giustizia, Marta Cartabia, ed era proseguita per via giudiziaria. Nel luglio del 2021 la Procura generale presso la Corte d’appello della capitale aveva dato l’ok all’estradizione. Nel frattempo, però, l’ex numero uno di Pdvsa era riuscito a ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato da parte della Commissione prefettizia di Roma (in capo al ministero degli Interni). Così, il 14 settembre del 2021, la Corte d’appello aveva rigettato l’estradizione per motivi umanitari e pochi mesi dopo era arrivata la conferma definitiva: nel gennaio del 2022 la Cassazione aveva infatti confermato che Ramirez non può essere consegnato a Caracas perché gli è stata riconosciuta la protezione internazionale.

L’incarcerazione da oltre 400 giorni del cooperante italiano va letta in filigrana nel solco della vicenda Ramirez, dove Alberto Trentini è la vittima innocente della diatriba fra Venezuela e Italia che, bisogna ricordare, non ha mai riconosciuto come legittimo l’insediamento del governo Maduro.

Esiste, però, un’altra carta negoziale che l’Italia sta giocando, restando nell’alveo del controllo militare e diplomatico di Washington su Caracas. Lo si evince nero su bianco dalla nota pubblicata il 3 gennaio 2026 sul sito della Presidenza del Consiglio italiano con questa premessa: “L’Italia ha sempre sostenuto l’aspirazione del popolo venezuelano a una transizione democratica nel Venezuela, condannando gli atti di repressione del regime di Maduro, la cui auto-proclamata vittoria elettorale l’Italia, assieme ai principali partner internazionali, non ha mai riconosciuto”. Per poi leggere subito dopo: “Coerentemente con la storica posizione dell’Italia, il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”.
Nella notte fra il 2 e il 3 gennaio 2026 (per la precisione alle 2 di notte del 3 gennaio, le 7 in Italia) Maduro e la moglie venivano catturati dagli americani nella loro camera da letto presso il palazzo presidenziale. La nota della Presidenza del Consiglio comunica quindi di approvare da parte del governo italiano l’azione di forza decisa dal presidente Trump.
Inoltre, c’è un’altra questione niente affatto marginale e cioé i circa 2,1 miliardi di crediti che l’Eni vanta nei confronti di Caracas. Crediti derivati dal gas che Eni, insieme alla spagnola Repsol, estrae dal giacimento venezuelano offshore Perla, utilizzati per fornire energia alla comunità locale. Può essere considerato un argomento economico interessante che potrebbe essere gettato sul “tavolo” delle negoziazioni della diplomazia degli scambi.