di Giuseppe Gagliano –
Il licenziamento del primo ministro algerino Nadir Larbaoui da parte del presidente Abdelmadjid Tebboune e la nomina ad interim del ministro dell’Industria Sifi Ghrieb rappresentano molto più di un semplice avvicendamento ai vertici del governo. La decisione, improvvisa e non accompagnata da motivazioni ufficiali, riflette le fragilità interne di uno Stato che, pur potendo contare su enormi risorse energetiche, fatica a trasformarle in sviluppo economico e stabilità politica.
L’Algeria resta un gigante del gas e del petrolio, partner fondamentale per l’Europa che cerca alternative alla dipendenza dal gas russo. Ma dietro questa forza apparente si nasconde un’economia monocorde, incapace di creare occupazione e di diversificare la produzione. L’inflazione colpisce duramente la popolazione, mentre la disoccupazione giovanile resta elevata. In questo contesto, l’arrivo di Ghrieb, con un passato da manager industriale e legami con la produzione farmaceutica e metallurgica, è interpretato come un tentativo di dare una svolta “tecnocratica” a un sistema che però dipende strutturalmente dalle rendite energetiche.
In Algeria la politica interna è dominata da due attori: la presidenza e il potente apparato militare. Il Parlamento e il governo hanno un ruolo marginale, spesso ridotto all’esecuzione di linee già decise altrove. La sostituzione di Larbaoui, arrivata dopo il malcontento popolare per la gestione di una tragedia dei trasporti, conferma questa dinamica: i primi ministri diventano valvole di sfogo per le tensioni, sacrificabili quando serve dare un segnale all’opinione pubblica. In realtà, il vero centro decisionale resta intatto e impenetrabile.
Sul piano geopolitico, Tebboune e i vertici militari affrontano una regione turbolenta. Il Mali è scosso dalla presenza di gruppi jihadisti e dall’avanzata delle nuove influenze russe, che ridisegnano equilibri di potere in Africa occidentale. La Libia rimane un vicino instabile e campo di gioco di potenze esterne. L’Algeria, che storicamente ha rivendicato un ruolo di mediazione e di “potenza regionale autonoma”, si trova oggi a dover bilanciare relazioni con Mosca, con l’Europa in cerca di energia e con gli Stati Uniti preoccupati per la sicurezza del Sahel. Ogni segnale di debolezza interna rischia di riflettersi sulla sua capacità di influenza esterna.
La vera questione, però, è come l’Algeria utilizzerà la sua centralità energetica nei prossimi anni. Se continuerà a essere soltanto un fornitore di gas e petrolio, resterà vulnerabile agli shock dei prezzi internazionali e alla concorrenza di altri produttori. Se invece riuscirà a investire parte delle rendite in settori strategici — manifattura, infrastrutture, tecnologia verde — potrà stabilizzare il tessuto sociale e rafforzare la sua posizione negoziale sullo scacchiere internazionale. Per ora, le frequenti sostituzioni al vertice del governo indicano più un sistema in affanno che una visione chiara del futuro.
Il cambio di primo ministro appare quindi come un gesto tattico, utile a guadagnare tempo e a placare il malcontento, ma non ancora come una strategia di rinnovamento. La popolazione, reduce dalle proteste del movimento Hirak e delusa dalla mancanza di riforme sostanziali, resta diffidente. Ogni mossa di Tebboune è osservata con sospetto, mentre l’apparato di potere cerca di mantenere la stabilità evitando di affrontare le cause strutturali della crisi.












