di Giuseppe Gagliano –
La storia ufficiale è lineare: l’Algeria compra i Su-57 russi per rinnovare la flotta e Washington valuta sanzioni con il CAATSA. Ma la sostanza è più ampia. Per gli Stati Uniti il punto non è tanto la singola commessa, quanto l’idea che un Paese strategico del Nord Africa continui a legarsi alla filiera militare russa proprio mentre l’Occidente prova a strangolare, pezzo per pezzo, la capacità industriale di Mosca.
Il segnale lanciato da Robert Palladino al Senato è un avvertimento “a sistema”: se la transazione è significativa, la legge consente di colpire. E quando un funzionario annuncia che i dettagli verranno discussi a porte chiuse, di solito significa che l’opzione sanzionatoria è già sul tavolo come leva politica, non come teoria.
L’Algeria è uno dei clienti storici dell’industria bellica russa dai tempi sovietici. Non è un rapporto episodico: è un ecosistema fatto di addestramento, dottrina, manutenzione, pezzi di ricambio, munizionamento, aggiornamenti. E infatti l’aeronautica algerina vola già su Su-30 e MiG-29: il Su-57 si inserisce in una continuità tecnica oltre che politica.
Qui sta la difficoltà per Algeri: diversificare non si improvvisa, perché cambiare fornitore significa cambiare catena logistica e spesso ripensare l’intero modo di fare guerra aerea. L’acquisto del Su-57, con consegne previste a fine 2026 e piloti già in addestramento in Russia, non è un “capriccio”: è una scelta strutturale.
Per Mosca, avere l’Algeria come primo cliente estero del Su-57 è un successo simbolico prima ancora che commerciale. Il caccia, presentato come rivale di F-22 e F-35, soffre da anni di scetticismo occidentale su stealth ed efficacia operativa. Una vendita all’estero serve a due cose: dimostrare che il programma è “credibile” e allargare la base finanziaria di un sistema costoso.
Non a caso, la Russia ha faticato a trovare acquirenti. L’India, che aveva guardato al progetto e perfino collaborato in una fase, ha poi preferito la localizzazione industriale e lo sviluppo di un proprio velivolo stealth (AMCA). Il fatto che Nuova Delhi si sia sfilata lascia Algeri come cliente perfetto: bisogno operativo, tradizione di forniture russe, meno vincoli politici rispetto ad alleati occidentali.
Qui entra la dimensione geoeconomica. Se Washington decidesse di applicare davvero il CAATSA, non colpirebbe solo l’aeronautica algerina: toccherebbe accesso finanziario, tecnologia, relazioni con aziende e mercati che passano per il perimetro statunitense. È un tipo di pressione che si diffonde per contagio: banche caute, assicurazioni più care, fornitori che si tirano indietro.
E c’è un elemento che rende la cosa politicamente sensibile: l’Algeria è un esportatore energetico importante, con legami stretti con l’Europa. Sanzioni americane potrebbero creare frizioni indirette proprio con quei partner europei che comprano gas e chiedono stabilità dei flussi. Tradotto: il CAATSA su Algeri rischia di aprire un contenzioso non solo con l’Algeria, ma anche con pezzi d’Europa, almeno sul piano pratico.
Sul piano militare, l’introduzione di un caccia di quinta generazione (almeno sulla carta) sposta l’equilibrio nel Maghreb. L’Algeria non compra il Su-57 per fare parate: lo compra per deterrenza e superiorità aerea, in una regione dove l’aria conta e dove il confronto con i vicini è sempre “potenziale”, mai del tutto chiuso.
Ma c’è anche il rovescio della medaglia: più sofisticato è il sistema, più dipende da manutenzione, aggiornamenti software, componentistica sensibile. E qui tornano le sanzioni: se la Russia elude restrizioni per produrre, quanto sarà facile garantire assistenza continuativa a un cliente estero? Un caccia moderno senza catena di supporto è un asset che invecchia rapidamente.
L’Algeria rivendica storicamente il non allineamento e un bilanciamento tra blocchi. Il problema è che oggi il bilanciamento costa più di ieri: la guerra in Ucraina ha trasformato gli acquisti militari russi in una scelta apertamente politica, non più “tecnica”. Washington lo tratta così: chi compra da Mosca contribuisce, indirettamente, a tenere in piedi un settore strategico russo.
Quindi la domanda vera non è se l’Algeria avrà i Su-57. È se Algeri vuole pagare un prezzo diplomatico per averli. E se ritiene che quel prezzo, in termini di autonomia e deterrenza, sia comunque inferiore al costo di dipendere da fornitori occidentali che ti vendono, ma con condizioni.
In questo senso il CAATSA non è solo una legge: è un dispositivo di disciplina geopolitica. E l’Algeria, con la sua posizione energetica e regionale, è un test utile per capire fin dove Washington è disposta a spingersi quando l’interesse strategico incontra i limiti della coercizione economica.












