di Giuseppe Gagliano –
Il Corridoio Trinazionale dell’Amazzonia, che unisce Ecuador, Colombia e Perù, è un importante ecosistema di 4 milioni di ettari, ma anche una frontiera geopolitica dove si intrecciano ambiente, sicurezza e sviluppo. Il rafforzamento della cooperazione annunciato dai tre Paesi segna la volontà di passare da una logica di mera protezione ambientale a una strategia più ampia, capace di coniugare conservazione, controllo territoriale e contrasto alla criminalità organizzata.
Le cifre parlano da sole: nel 2023 l’Amazzonia andina ha perso oltre 500mila ettari di foresta. La deforestazione, l’estrazione illegale di minerali, il narcotraffico e l’espansione agricola hanno aggravato un quadro già compromesso dalla crisi climatica. La nuova tabella di marcia trinazionale punta a fermare l’emorragia attraverso monitoraggi satellitari, pattugliamenti comunitari e scambio di intelligence. Ma senza istituzioni solide e coordinate, il rischio è che le misure rimangano insufficienti.
L’Amazzonia è oggi una delle aree più vulnerabili al controllo delle reti criminali transnazionali. Gruppi dediti al traffico di legname, minerali e fauna sfruttano i vuoti giurisdizionali lungo le frontiere, trasformando le zone di confine in corridoi dell’illegalità. Per Quito, Bogotá e Lima, rafforzare la cooperazione significa anche riaffermare la sovranità su territori dove spesso lo Stato è debole e frammentato. La protezione della foresta diventa quindi anche un tema di sicurezza nazionale.
Un punto centrale dell’accordo è il riconoscimento del ruolo dei popoli indigeni. Da sempre custodi della foresta, oggi sono chiamati a diventare partner attivi nelle strategie di conservazione. Non si tratta solo di retorica: senza il loro coinvolgimento, il controllo territoriale rischierebbe di restare parziale. Le comunità locali sono infatti le prime linee di difesa contro il degrado ambientale e le attività illegali.
L’Amazzonia non è più una questione interna ai Paesi che la ospitano: è una posta globale. Considerata “polmone del mondo” e regolatore del ciclo idrico, rappresenta anche un enorme serbatoio di carbonio. Se la deforestazione superasse il 20% della superficie, avverrebbe una trasformazione irreversibile verso la savana, con conseguenze sul clima planetario. In questo scenario, Ecuador, Colombia e Perù rivendicano un ruolo negoziale sul piano internazionale: proteggere la foresta richiede risorse e sostegno finanziario, che l’Occidente e le grandi potenze dovrebbero garantire.
L’impegno trinazionale apre nuove prospettive per progetti comuni di ricerca, turismo sostenibile e sviluppo locale. Ma resta il nodo delle risorse economiche e della volontà politica. Senza finanziamenti adeguati e senza un reale coordinamento con organismi multilaterali, la capacità di incidere sui meccanismi della deforestazione sarà limitata. Inoltre, la crescente pressione della domanda globale di minerali strategici e prodotti agricoli rischia di rendere vano ogni sforzo locale.
La cooperazione tra Ecuador, Colombia e Perù rappresenta un segnale importante, ma arriva in un momento in cui l’Amazzonia è vicina al punto di non ritorno. Difendere la foresta significa difendere la stabilità climatica, la sovranità dei Paesi amazzonici e la sopravvivenza delle comunità che vi abitano. La vera sfida sarà trasformare i buoni propositi in politiche concrete, capaci di resistere alle pressioni del mercato e alle infiltrazioni criminali.












