di Enrico Oliari –
Continua a bruciare da ormai 48 ore l’impianto petrolifero saudita di Jizan, colpito con missili da crociera e droni dagli Houti dello Yemen in risposta al bombardamento il giorno prima del porto di Hodeida. Le immagini del satellite europeo Sentinel-2, pubblicate dalla Reuters, mostrano una lunga colonna di fumo nero provenire dall’impianto di Jazan della compagnia petrolifera Saudi Aramco, la cui capacità era di 400mila barili al giorno di greggio.
Già nella mattinata di oggi le forze Houthi hanno intercettato un drone Bayraktar, di fabbricazione turca, lanciato dall’Arabia Saudita, cosa che ha provocato nuovi attacchi contro gli impianti dell’Aramco. Già lo scorso 13 luglio i sauditi avevano bombardato l’aeroporto della capitale yemenita, Sanaa.
La distruzione degli impianti petroliferi sauditi, unita alla reazione iraniana su Hormuz e al possibile futuro blocco dello Stretto di Bab el-Mandeb, si traduce in ulteriori tensioni sul mercato dell’energia globale.
Il golpe degli houthi, dietro al quale vi sarebbe l’Iran, è arrivato nel 2015 dopo che per mesi avevano chiesto invano alcuni riconoscimenti come l’inserimento di 20mila appartenenti alla minoranza nelle forze armate governative, l’assegnazione di 10 ministeri e l’inclusione nella regione di Azal di Hajja e dei governatorati di al-Jaw.
Gli Houthi controllano quasi tutta la parte occidentale dello Yemen compresi la capitale Sanaa, la città portuale di Hodeida e diversi impianti petroliferi, mentre i lealisti tengono Aden e la parte centro-orientale, con alcune zone controllate da al-Qaeda.
Il governo riconosciuto dalla comunità internazionale ha per presidente del Consiglio presidenziale Rashad al-Alimi e per mrimo ministro Shaya al-Zindani; il governo Houthi ha per presidente del Consiglio politico supremo Mahdi al-Mashat e per primo ministro Mihammad Ahmded Miftan.












