di Giuseppe Gagliano –

Arabia Saudita, Turchia e Pakistan cercano di rafforzare la cooperazione difensiva in un Medio Oriente nel quale la superiorità militare non è più sufficiente a garantire sicurezza e vittoria politica. L’intesa tra Riad, Ankara e Islamabad, fondata sul principio secondo cui un attacco contro uno dei partner verrebbe considerato una minaccia per tutti, punta soprattutto a rafforzare la deterrenza, senza tuttavia creare un esercito comune né un automatismo militare paragonabile a un obbligo incondizionato di intervento.

La lettura più immediata vede nell’accordo la formazione di un asse sunnita destinato a contenere l’Iran. La realtà regionale è però più complessa. Il Pakistan mantiene rapporti necessari con Teheran, la Turchia alterna competizione e cooperazione con la Repubblica islamica e l’Arabia Saudita ha riaperto negli ultimi anni il dialogo diplomatico con l’Iran. Il nuovo patto appare quindi meno come la costituzione di un fronte anti iraniano e più come un tentativo di diversificare le garanzie di sicurezza.

Nel calcolo strategico dei tre Paesi entra anche Israele. Ankara e Islamabad hanno assunto posizioni molto critiche sulla guerra a Gaza, mentre Riad ha legato la piena normalizzazione dei rapporti con Israele alla soluzione della questione palestinese. Le tensioni intorno alla Spianata delle Moschee e alla moschea di Al Aqsa aumentano inoltre il rischio che il conflitto israelo palestinese assuma una dimensione religiosa capace di mobilitare l’intero mondo musulmano.

L’accordo può quindi essere interpretato anche come il tentativo di costruire una capacità autonoma di deterrenza in una fase in cui cresce la percezione che Washington non sia più in grado, o non abbia la volontà politica, di garantire da sola l’equilibrio regionale. Non significa necessariamente prepararsi a uno scontro con Israele, ma segnala il desiderio delle principali potenze musulmane di disporre di strumenti diplomatici e militari indipendenti.

È tuttavia lo Yemen a mostrare immediatamente i limiti della nuova architettura. Le forze yemenite continuano a rappresentare una minaccia per il territorio e le infrastrutture saudite, ma Ankara e Islamabad difficilmente intenderebbero considerare automaticamente il conflitto già esistente come una guerra propria. Il principio è quello di garantire l’Arabia Saudita contro nuove minacce senza assumersi necessariamente il peso delle guerre iniziate prima dell’accordo.

Per Riad lo Yemen rimane la dimostrazione più evidente dei limiti della superiorità tecnologica. Anni di operazioni militari, ingenti investimenti e disponibilità di sistemi d’arma avanzati non hanno eliminato la capacità degli Huthi di minacciare aeroporti, infrastrutture energetiche, porti e installazioni militari. Una forza dotata di risorse molto inferiori è riuscita a trasformarsi in un problema strategico permanente per la principale potenza economica della penisola arabica.

L’insicurezza saudita ha radici anche nell’invasione americana dell’Iraq del 2003. La caduta di Saddam Hussein eliminò il principale contrappeso arabo sunnita all’Iran e favorì l’ascesa di forze politiche sciite vicine a Teheran. L’influenza iraniana poté così estendersi attraverso Iraq, Siria e Libano, mentre a sud dell’Arabia Saudita cresceva contemporaneamente la forza degli Huthi.

Da allora Riad ha progressivamente abbandonato l’idea di affidarsi a un solo protettore. Mantiene la partnership strategica con Washington, dialoga con Teheran, sviluppa rapporti economici con la Cina, rafforza la cooperazione con Ankara e cerca nel Pakistan un ulteriore elemento di sicurezza. Non si tratta della scelta definitiva di un campo, ma di una strategia basata sulla moltiplicazione delle assicurazioni.

È una logica che caratterizza ormai buona parte del Medio Oriente. La Turchia può essere membro della NATO e nello stesso tempo negoziare con Mosca. L’Arabia Saudita può mantenere una cooperazione militare con gli Stati Uniti e contemporaneamente dialogare con l’Iran attraverso la mediazione cinese. Le alleanze diventano flessibili e sovrapposte perché nessun attore vuole dipendere completamente da una sola potenza.

La questione palestinese rimane uno dei principali fattori di destabilizzazione. L’assenza di una soluzione politica per Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est alimenta la convinzione, diffusa nella regione, che il sistema internazionale applichi criteri differenti a seconda degli attori coinvolti. Questa percezione riduce la credibilità dell’ordine internazionale e rafforza le strategie autonome delle potenze regionali.

Anche il confronto con l’Iran dimostra che la potenza militare non coincide necessariamente con la capacità di imporre una soluzione politica. Teheran dispone infatti di una leva strategica rappresentata dallo stretto di Hormuz, attraverso il quale transita una quota fondamentale dei flussi energetici internazionali. Anche una semplice minaccia alla navigazione può aumentare il prezzo del petrolio, i costi assicurativi e quelli del trasporto marittimo, producendo conseguenze immediate sull’economia mondiale.

La possibilità di esercitare pressione su Hormuz permette all’Iran di compensare almeno in parte la superiorità convenzionale degli Stati Uniti e di Israele. Washington dovrebbe quindi valutare non soltanto la capacità di colpire obiettivi iraniani, ma anche le ripercussioni economiche e regionali di un’escalation prolungata.

Teheran punta inoltre su una strategia di resistenza nel tempo, attraverso la dispersione delle infrastrutture militari e il mantenimento dell’incertezza sulle proprie capacità residue. Stati Uniti e Israele hanno interesse a ottenere risultati militari rapidi e visibili, mentre l’Iran può considerare un successo anche la semplice capacità di impedire all’avversario di trasformare la superiorità tattica in una vittoria strategica.

Le esperienze dell’Afghanistan, dell’Iraq, della Libia e dello Yemen hanno mostrato i limiti delle campagne militari prive di un obiettivo politico sostenibile. La distruzione delle infrastrutture e l’eliminazione dei vertici avversari possono produrre successi immediati senza creare necessariamente un ordine più stabile. In Iraq l’intervento occidentale ha ampliato indirettamente l’influenza iraniana, in Libia il collasso dello Stato ha contribuito alla destabilizzazione del Sahel e nello Yemen un movimento inizialmente locale ha acquisito una capacità di pressione sul Mar Rosso e sugli equilibri regionali.

Il riavvicinamento tra Arabia Saudita, Turchia e Pakistan nasce quindi soprattutto dalla crescente incertezza sull’affidabilità delle tradizionali garanzie di sicurezza. Le potenze regionali cercano strumenti propri, diversificano le alleanze e mantengono aperti contemporaneamente più canali diplomatici.

Il nuovo equilibrio potrà contribuire alla stabilità se servirà a rafforzare la deterrenza e a creare spazio per negoziati con Iran e Yemen. Potrebbe invece aumentare l’instabilità se diventasse la base per nuovi fronti militari. Lo Yemen ha già dimostrato che disponibilità finanziaria e superiorità tecnologica non bastano a risolvere conflitti radicati politicamente e socialmente.

Nel Medio Oriente contemporaneo la capacità di resistere, preservare le alleanze, difendere l’economia e mantenere aperta una soluzione negoziale può risultare più decisiva della semplice superiorità delle armi. È proprio questa consapevolezza a spiegare perché Riad, Ankara e Islamabad cerchino oggi una protezione reciproca senza rinunciare, nello stesso tempo, al dialogo con i propri avversari.