di Giuseppe Gagliano –
Javier Milei, durante la sua visita a Los Angeles, ha cercato di rassicurare banche, multinazionali e investitori internazionali sul destino del suo programma economico. L’evento, organizzato dal Milken Institute, ha visto la presenza di giganti come Chevron, JPMorgan, Visa, Citi, Amazon Web Services. Milei si è presentato come garante di stabilità e continuità, ribadendo che l’Argentina, una volta superate le elezioni di medio termine, tornerà a crescere di almeno il 4% annuo. Una promessa ambiziosa in un Paese che da decenni alterna speranze di rilancio e crisi devastanti.
Mentre Milei parlava agli investitori, il Senato argentino smantellava alcune prerogative del presidente: dal veto sulla legge di emergenza per la disabilità alla riduzione del potere dei decreti d’urgenza. Una sfida politica che si aggiunge a mercati in fibrillazione, con il dollaro e il rischio Paese ai massimi. Milei ha attribuito le turbolenze al “clima politico”, non agli errori di governo. Ma resta il fatto che la stabilità promessa poggia su un terreno istituzionale fragile e su un consenso parlamentare ancora incerto.
Il presidente ha ribadito che l’equilibrio fiscale è per lui “non negoziabile”. Le riforme strutturali, dice, getteranno le basi per vent’anni di crescita. L’obiettivo è attrarre investimenti diretti esteri e consolidare un sistema fiscale più solido. Il messaggio è calibrato per i mercati: rassicurare che l’Argentina non tornerà indietro. Tuttavia, il divario tra la promessa di un 4% annuo di crescita e l’attuale instabilità finanziaria resta enorme. Perché un Paese non si trasforma solo con dichiarazioni ottimistiche ma con la capacità di dare certezza del diritto, infrastrutture efficienti e coesione politica.
Sul piano politico, Milei punta alle elezioni di ottobre come spartiacque. Prevede un rafforzamento parlamentare che consentirà di accelerare le riforme. Se ciò avverrà, il governo potrà consolidare la sua agenda. Se invece la tornata elettorale produrrà risultati incerti, la paralisi rischia di prevalere, lasciando il Paese esposto a nuove crisi. La strategia di Milei è dunque un azzardo: promettere al mondo un’Argentina più riformista, mentre sul fronte interno deve ancora conquistare gli strumenti per rendere reale questa trasformazione.
La scelta di parlare a Los Angeles non è casuale. Significa collocare l’Argentina all’interno del circuito decisionale della finanza e della politica statunitense. Michael Milken, organizzatore dell’evento e con accesso diretto alla Casa Bianca, ha presentato Milei come “una delle poche persone in grado di cambiare il corso della storia”. È un’investitura che mostra la volontà di Washington di avere in Sud America un alleato affidabile per bilanciare la crescente influenza di Cina e Russia nella regione. Sul piano geoeconomico, la partita si gioca anche sul giacimento di Vaca Muerta, che può fare dell’Argentina un attore energetico di peso.
L’Argentina di Milei è sospesa tra una narrativa di rinascita e una realtà di conflitti interni. L’apertura ai mercati globali e il corteggiamento dei grandi investitori potrebbero segnare l’inizio di una nuova stagione. Ma la fragilità istituzionale e sociale resta un macigno. Se le riforme troveranno sostegno politico, il Paese potrà davvero intraprendere un percorso di stabilità. In caso contrario, il rischio è che la promessa del 4% annuo resti un’illusione utile solo a conquistare fiducia momentanea nei salotti della finanza internazionale.












