di Giuseppe Gagliano –
Argentina e Stati Uniti hanno firmato a Washington un accordo commerciale e sugli investimenti che punta a rimuovere gran parte dei dazi tra i due Paesi e a rilanciare l’asse politico-economico tra Javier Milei e Donald Trump. L’intesa, arrivata a quasi tre mesi dall’annuncio dell’accordo quadro, è stata definita a Buenos Aires uno dei pilastri della strategia internazionale del nuovo corso argentino: meno retorica, più accesso ai mercati e, soprattutto, più credibilità verso investitori e istituzioni finanziarie.
La firma è avvenuta nella sede dell’Ufficio del Rappresentante commerciale degli Stati Uniti. Per l’Argentina ha sottoscritto il ministro degli Esteri Pablo Quirno, per Washington Jamieson Greer. Il testo è composto da 37 pagine più allegati tecnici e ora passa alla fase istituzionale: sarà trasmesso al Congresso per la valutazione parlamentare, come prevede la Costituzione.
Secondo la Cancelleria argentina, il cuore dell’accordo è l’eliminazione reciproca dei dazi su 1.675 prodotti argentini diretti negli Stati Uniti. La lista copre settori diversi: manifatturiero, chimico, beni di consumo e componentistica industriale. La stima del governo è ambiziosa: recupero ed espansione delle esportazioni per oltre un miliardo di dollari, con un inserimento più solido dell’Argentina nelle catene di approvvigionamento nordamericane e un accesso più agevole a nuovi sbocchi.
Qui sta una delle logiche “Milei-style”: non tanto proteggere il mercato interno, quanto agganciarsi alle filiere più ricche e dinamiche, riducendo attriti doganali e incertezza normativa.
Il passaggio politicamente più sensibile riguarda l’agroalimentare e, in particolare, la carne bovina. Gli Stati Uniti hanno accettato di ampliare significativamente l’accesso preferenziale della carne argentina, portando la quota complessiva a 100.000 tonnellate. Per il 2026 si parla di 80.000 tonnellate aggiuntive rispetto alle 20mila già previste, con un potenziale incremento delle esportazioni stimato in circa 800 milioni di dollari.
Non è un dettaglio: negli USA le concessioni sulla carne urtano spesso interessi agricoli organizzati e politicamente influenti. Il fatto che la misura sia entrata nell’accordo indica che la Casa Bianca ha scelto di investire davvero su questa relazione, anche pagando un prezzo interno.
Non tutto è stato risolto. Restano temporaneamente fuori dalla piena liberalizzazione i dazi su acciaio e alluminio imposti dagli Stati Uniti in base alla Sezione 232 dello U.S. Trade Expansion Act. Le tariffe attuali oscillano tra il 25 e il 50 per cento. Le parti hanno deciso di rinviare una soluzione definitiva, limitandosi a promettere una revisione “tempestiva”. Tradotto: la partita è aperta, e dipenderà dal clima politico e dai dossier industriali interni americani.
In cambio, l’Argentina si impegna a rimuovere dazi su 221 posizioni tariffarie, tra cui macchinari, mezzi e attrezzature di trasporto, dispositivi medici e prodotti chimici. Ridurrà inoltre le tariffe su altre 20 posizioni, soprattutto ricambi automotive, portandole al 2 per cento. E concede quote di accesso per veicoli, carne e altri prodotti agricoli statunitensi.
L’argomento della Casa Rosada è chiaro: abbassare i costi degli input produttivi per aumentare competitività, e offrire agli operatori una cornice più prevedibile. È una scelta coerente con la linea di shock competitivo che Milei propone anche sul piano domestico.
L’accordo contiene un capitolo pesante sulla proprietà intellettuale: Buenos Aires dovrà garantire un livello di protezione giudicato “solido”, con rafforzamento dei meccanismi di applicazione civile, penale e doganale. È un tema caro agli Stati Uniti e spesso usato come cartina di tornasole dell’affidabilità normativa.
Ancora più significativo è il capitolo sugli investimenti: l’Argentina apre e facilita l’ingresso di capitali USA in settori strategici, tra cui minerali critici, energia, telecomunicazioni, trasporti e infrastrutture, garantendo condizioni non meno favorevoli di quelle riservate agli investitori nazionali.
Da parte statunitense, EXIM e DFC valuteranno sostegno finanziario a progetti in Argentina, se in linea con i requisiti, in collaborazione con partner privati. In un momento in cui Washington spinge per diversificare le catene di approvvigionamento rispetto alla Cina, i minerali critici argentini diventano un asset geopolitico prima ancora che commerciale.
Greer ha presentato l’accordo come un modello di integrazione economica per il continente americano: meno barriere storiche, più accesso di mercato per gli esportatori USA. Per Buenos Aires, la firma viene raccontata come giornata “storica” e viene accostata alla presentazione al Congresso dell’accordo Mercosur–Unione Europea: un modo per dire che l’Argentina vuole stare dentro i grandi flussi commerciali, non ai margini.
Ma il punto vero è un altro: Milei sta cercando un ancoraggio internazionale che rafforzi il suo programma interno. E Trump, dal canto suo, guadagna un alleato “simbolo” in Sud America, utile nella competizione commerciale e nelle filiere strategiche.
Se l’accordo passerà senza scosse, l’Argentina potrebbe ottenere un doppio vantaggio: più export in settori selezionati (carne in testa) e più investimenti in energia e minerali. Tuttavia l’apertura sulle importazioni può colpire comparti meno competitivi, alimentando tensioni sociali e politiche interne, specie in una fase di riforme aggressive.
In sintesi: non è solo un trattato commerciale. È una scelta di campo geoeconomica. E come tutte le scelte di campo, produce opportunità, ma anche nemici e costi da gestire.












