di Giuseppe Gagliano –
Nel pieno di un’escalation militare che rischia di incendiare definitivamente il Medio Oriente, il presidente argentino Javier Milei ha deciso di schierare apertamente il suo Paese al fianco degli Stati Uniti e di Israele. Con parole che echeggiano gli slogan della “guerra al terrore” post-11 settembre, Milei ha definito l’offensiva contro gli impianti nucleari iraniani “una risposta necessaria contro il terrorismo internazionale”. In realtà, si tratta dell’ennesima dimostrazione di un riallineamento ideologico e strategico che porta Buenos Aires fuori dal tradizionale equilibrio geopolitico sudamericano e la proietta in un’orbita atlantista senza riserve.
Il sostegno incondizionato alla rappresaglia statunitense e israeliana non si limita alle dichiarazioni del presidente. Il governo ha condannato duramente le minacce provenienti da Teheran contro Rafael Grossi, direttore generale dell’AIEA e cittadino argentino, accusato di complicità nell’attacco agli impianti nucleari. Un’accusa che, secondo Buenos Aires, costituisce “un atto di intimidazione contro l’ordine multilaterale basato sulle regole”. Un’affermazione che suona paradossale se si considera che l’attacco stesso, lungi dall’essere stato autorizzato dal Consiglio di Sicurezza ONU, è avvenuto in violazione della sovranità iraniana.
Milei, con il suo consueto piglio provocatorio, ha ribadito la posizione anche via social media, sostenendo che i suoi post servono a “mostrare ciò che i media non vogliono far vedere”. L’ufficio presidenziale, ha dichiarato, parlerà solo con comunicazioni istituzionali. Un tentativo di sdoppiare l’informazione, con la propaganda affidata al profilo personale e l’apparato ufficiale ridotto al silenzio, nel nome di una “verità alternativa” più funzionale alla narrazione governativa.
Le dichiarazioni del ministro della Difesa Luis Petri, secondo cui “il mondo si sveglia più libero e pacifico”, rievocano per molti versi il linguaggio bellico dell’era Bush. Con l’aggravante che l’Argentina non è parte diretta del conflitto, ma ha scelto comunque di inserirvisi retoricamente, come se gli attentati degli anni ’90 a Buenos Aires fossero parte dello stesso continuum geopolitico. Uno schema semplificato, utile a giustificare una scelta politica che spacca il continente latinoamericano, proprio mentre altri leader, come Lula, denunciano apertamente l’aggressività israeliana e le violazioni del diritto internazionale.
Il fronte libertario si è mobilitato compatto: la deputata Sabrina Ajmechet ha ringraziato Israele e USA “per aver reso il mondo un posto più sicuro”, mentre Agustin Romo ha celebrato l’ingresso dell’Argentina nel campo “vincente”. Anche in questo caso, il lessico bellico è quello della guerra culturale, dove non si discutono fatti ma si afferma una fede politica e ideologica.
La recente visita di Milei in Israele, culminata con il Premio Genesis, la promessa di trasferire l’ambasciata a Gerusalemme e la firma di un memorandum anti-terrorismo, ha suggellato un patto strategico e simbolico. Durante la cerimonia al Muro del Pianto, accanto a Netanyahu, Milei ha rinsaldato non solo un’alleanza diplomatica, ma una visione del mondo che disegna l’Argentina come bastione occidentale contro l’“asse del male”. Una posizione ribadita anche dopo l’Operazione Leone Nascente, che aveva già colpito una ventina di alti ufficiali iraniani.
Fonti israeliane hanno confermato che Milei aveva espresso in privato il suo appoggio a eventuali operazioni preventive contro Teheran, offrendo una sponda latinoamericana a una strategia di confronto destinata a protrarsi nel tempo. Non stupisce dunque che, mentre l’Argentina difende Grossi e denuncia Teheran, l’ambasciata israeliana a Buenos Aires abbia ringraziato ufficialmente il presidente per “il suo fermo sostegno al popolo di Israele”.
La virata di Milei non è solo diplomatica: è simbolica, strategica, ideologica. E soprattutto, è isolazionista rispetto alla tradizione di autonomia regionale coltivata per decenni in America Latina. In una regione dove la memoria storica del colonialismo e dell’ingerenza è ancora viva, l’abbraccio incondizionato agli USA segna una frattura profonda, destinata a riplasmare il ruolo internazionale dell’Argentina nei conflitti globali del XXI secolo.












