di Giuseppe Gagliano –
Le elezioni parlamentari armene del 7 giugno assumono un valore che va ben oltre la politica interna. Il voto è diventato il terreno di scontro tra la strategia di avvicinamento all’Occidente promossa dal premier Nikol Pashinyan, la volontà della Russia di mantenere l’Armenia nella propria sfera d’influenza e l’interesse degli Stati Uniti a rafforzare la propria presenza nel Caucaso meridionale.
Mosca continua a esercitare una forte pressione economica su Yerevan. La Russia resta il principale partner commerciale del Paese e fornisce oltre l’80 per cento del gas consumato dagli armeni. Le restrizioni imposte a prodotti agricoli e alimentari armeni vengono interpretate come segnali politici destinati a ricordare il costo di un eventuale allontanamento dall’orbita russa.
Accanto alla leva economica si sviluppa la guerra informativa. Secondo accuse provenienti da fonti europee, Mosca avrebbe utilizzato campagne di disinformazione e reti di influenza per indebolire il consenso verso Pashinyan e rafforzare le forze favorevoli a un legame più stretto con la Russia. L’obiettivo sarebbe quello di alimentare timori legati alla sicurezza, all’economia e alla stabilità del Paese.
La svolta occidentale di Yerevan nasce anche dal trauma della sconfitta nel Nagorno Karabakh. Molti armeni ritengono che la protezione russa non abbia impedito la perdita dell’enclave e il conseguente rafforzamento dell’Azerbaigian. Da qui la ricerca di nuovi partner strategici in Europa e negli Stati Uniti.
Washington guarda all’Armenia come a un nodo logistico ed energetico di crescente importanza. I nuovi accordi sui minerali critici e il progetto del corridoio TRIPP puntano a collegare il Caucaso alle reti commerciali e infrastrutturali occidentali, riducendo al tempo stesso il peso della Russia nelle connessioni eurasiatiche.
Per Yerevan la sfida resta però complessa. Restare nell’orbita russa significa accettare una limitata autonomia strategica; avvicinarsi all’Occidente comporta rischi economici e tensioni geopolitiche. Tentare di mantenere un equilibrio tra i due mondi appare sempre più difficile in una regione dove ogni scelta economica assume immediatamente una dimensione politica e militare.
Le elezioni armene diventano così il simbolo di una trasformazione più ampia: nel nuovo disordine globale le piccole potenze si trovano al centro della competizione tra grandi attori e la sovranità nazionale si misura sempre più sulla capacità di resistere alle pressioni economiche, informative e strategiche provenienti dall’esterno.











