
di Giuseppe Gagliano –
L’incontro al Cremlino tra Vladimir Putin e Nikol Pashinyan segna una svolta nei rapporti tra Russia e Armenia, portando allo scoperto una frattura maturata negli anni. Yerevan non considera più Mosca un garante automatico della propria sicurezza, mentre il Cremlino guarda con crescente diffidenza a un alleato che si avvicina all’Occidente. Sullo sfondo, il Caucaso meridionale emerge come uno dei teatri più sensibili della competizione tra potenze.
Il nodo centrale resta il Nagorno Karabakh. L’Armenia accusa la Russia e l’alleanza militare guidata da Mosca di non averla difesa nel momento decisivo contro l’Azerbaigian. Per Pashinyan, l’assenza di un intervento ha dimostrato l’inefficacia del sistema di sicurezza costruito attorno al Cremlino. Putin ha replicato sostenendo che il riconoscimento armeno del Karabakh come territorio azero rendeva improprio un intervento, ma la divergenza resta politica prima ancora che militare. La Russia, indebolita su più fronti, non esercita più il controllo strategico della regione.
Anche sul piano economico lo scontro è evidente. Mosca ha chiarito che non è possibile per l’Armenia restare contemporaneamente nell’orbita europea e nell’Unione Economica Eurasiatica. Il principale strumento di pressione è l’energia: il gas russo a prezzi agevolati rappresenta una leva politica decisiva. Per Yerevan, avvicinarsi a Bruxelles significa affrontare rischi immediati su costi, approvvigionamenti e stabilità interna, in una transizione ancora priva di alternative solide.
La partita decisiva si gioca però sulle infrastrutture. I nuovi corridoi ferroviari e logistici che attraversano Azerbaigian, Turchia e Nakhichevan ridisegnano gli equilibri regionali. Il controllo di queste rotte determinerà il futuro dei flussi commerciali tra Asia, Europa e Medio Oriente. L’Armenia tenta di sfruttare questa rete per ridurre la dipendenza da Mosca, mentre la Russia teme di essere esclusa dalla nuova architettura dei trasporti caucasici, con conseguenze strategiche ben più profonde della crisi diplomatica.
Anche sul fronte energetico Yerevan cerca maggiore autonomia, avviando contatti con partner internazionali per diversificare le proprie fonti, incluso il settore nucleare. È un passaggio chiave per ridurre la dipendenza da Mosca, ma resta limitato dalla fragilità del Paese, che non può permettersi una rottura netta con la Russia. Ne deriva una fase di equilibrio instabile, in cui ogni scelta economica assume un valore geopolitico.
Le elezioni parlamentari di giugno si inseriscono in questo contesto delicato. Il Cremlino teme che il progressivo avvicinamento dell’Armenia all’Occidente diventi irreversibile, mentre Pashinyan cerca di mantenere margini di manovra tra più interlocutori. Intanto il Caucaso meridionale si apre sempre più all’influenza di Stati Uniti, Unione Europea, Turchia e Azerbaigian, con l’Iran attento agli sviluppi lungo i propri confini.
La Russia non sta perdendo solo un alleato, ma una posizione strategica. L’Armenia, dal canto suo, non ha ancora costruito una nuova sicurezza, ma ha abbandonato quella precedente, rivelatasi fragile. È in questo spazio di incertezza che si giocherà il futuro equilibrio del Caucaso.











