di Giuseppe Gagliano –

L’Azerbaigian ha convocato l’ambasciatore russo Mikhail Yevdokimov per protestare contro contenuti diffusi da mezzi d’informazione russi, accusati da Baku di avere formulato minacce contro la popolazione e i vertici politici del Paese e di avere evocato possibili interferenze negli affari interni. L’episodio rappresenta un nuovo segnale del deterioramento dei rapporti tra Azerbaigian e Russia e della crescente volontà del governo di Ilham Aliyev di rivendicare una maggiore autonomia da Mosca.

La tensione si inserisce in un rapporto già compromesso dalla vicenda dell’aereo della compagnia nazionale azera precipitato nel dicembre 2024 mentre era diretto da Baku a Grozny, provocando 38 morti. Baku ha contestato soprattutto la gestione russa dell’incidente, chiedendo l’assunzione delle responsabilità e trasformando la vicenda in una questione di sovranità e dignità nazionale.

Il confronto riflette però un cambiamento più ampio degli equilibri nel Caucaso meridionale. Per decenni Mosca ha esercitato un ruolo determinante nella regione, mantenendo rapporti sia con l’Armenia sia con l’Azerbaigian e presentandosi come principale mediatore nel conflitto del Nagorno Karabakh. La riconquista azera del territorio conteso e il progressivo avvicinamento dell’Armenia all’Unione europea e agli Stati Uniti hanno ridimensionato questa funzione.

La guerra in Ucraina ha ulteriormente limitato le capacità russe di condizionare gli sviluppi regionali. Baku, al contrario, ha rafforzato la propria posizione grazie alla modernizzazione delle Forze armate, alla cooperazione militare con Turchia e Israele e all’esperienza acquisita nei conflitti con l’Armenia. Ankara rimane il principale alleato strategico dell’Azerbaigian attraverso esercitazioni congiunte, addestramento e cooperazione nel settore della difesa.

Mosca conserva comunque numerosi strumenti di pressione, dalle restrizioni commerciali ai controlli alle frontiere fino alle campagne informative e alle misure nei confronti della numerosa comunità azera presente in Russia. Un deterioramento eccessivo delle relazioni avrebbe però conseguenze anche per il Cremlino, considerando la posizione dell’Azerbaigian nei collegamenti tra Russia, Iran, Turchia e Asia centrale.

L’indipendenza politica di Baku è inoltre sostenuta dalle infrastrutture energetiche che collegano il mar Caspio alla Turchia e all’Europa senza attraversare il territorio russo. L’Azerbaigian è diventato così un fornitore alternativo di gas per i mercati europei e un importante corridoio commerciale tra Asia centrale, Caucaso e Anatolia.

Allo stesso tempo Mosca ha interesse a mantenere buone relazioni con Baku per sviluppare i collegamenti commerciali verso l’Iran, il Golfo Persico e l’India. Una crisi prolungata potrebbe quindi trasformarsi in un confronto economico a bassa intensità, spingendo l’Azerbaigian ad approfondire ulteriormente i rapporti con Turchia, Unione europea, Israele e repubbliche turcofone dell’Asia centrale.

La convocazione dell’ambasciatore russo assume così un significato che supera la polemica sui mezzi d’informazione. Baku vuole impostare il rapporto con Mosca su una maggiore parità politica, senza necessariamente arrivare alla rottura. Per il Cremlino il problema è strategico: aumentare la pressione potrebbe avvicinare ulteriormente l’Azerbaigian ad Ankara e all’Occidente, mentre accettarne la crescente autonomia significherebbe riconoscere il ridimensionamento dell’influenza russa nel Caucaso meridionale.