Ben-Gvir invoca uccisioni ed espulsioni a Gaza, torna la voglia di genocidio

di Enrico Oliari –

Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha invocato l’uccisione ogni notte di decine di persone definite “terroristi”, sostenendo inoltre che a Gaza vi sarebbero individui indegni di vivere, prospettando l’emigrazione della popolazione palestinese e la creazione di insediamenti israeliani nella Striscia. Dichiarazioni che riaprono il dibattito sull’intenzione genocidaria e sugli obiettivi politici perseguiti dalla componente più radicale del governo israeliano.
Nel passaggio originale Ben-Gvir ha parlato di trenta, quaranta o cinquanta “terroristi” da eliminare ogni notte. Alcuni media israeliani hanno sottolineato come parte della stampa internazionale abbia omesso il termine “terroristi”, ma la realtà è che, per chi ha affermato in passato che “I palestinesi meritano solo una pallottola in testa” e portato provocatoriamente mille ebrei a ballare nella simbolica moschea di al-Aqsa, il risultato non cambia.
La precisazione è quindi irrilevante, e a maggior ragione Ben-Gvor ha insistito nel suo intervento sostenendo che nella Striscia vi sarebbero persone che non meritano di vivere e che non sarebbero neppure esseri umani. Il ministro ha inoltre prospettato una Gaza sotto controllo israeliano, con nuovi insediamenti ebraici e l’emigrazione dei palestinesi: le sue dichiarazioni spostano quindi il discorso dalla distruzione delle capacità militari di Hamas alla possibile trasformazione demografica e territoriale della Striscia.
La qualificazione come “volontaria” dell’emigrazione palestinese rimane particolarmente controversa in presenza di una popolazione sottoposta perennemente bombardata, con distruzione delle abitazioni, carenze alimentari e difficoltà nell’accesso alle cure e di fatti costretta da decenni a vivere in un ghetto. In queste condizioni, la distinzione tra scelta individuale e trasferimento determinato dalle circostanze diventa centrale anche sotto il profilo del diritto internazionale.
La questione assume particolare importanza nel dibattito sull’incitazione al genocidio, di cui sono accusati dalla “Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est” il premier Benjamin Netanyahu, l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant e il presidente israeliano Isaac Herzog, nonché per le accuse di crimini di guerra e contro l’umanità mosse a Netanyahu e a Gallant dai quei giudici della Corte Penale Internazionale puntualmente e troppo comodamente accusati da Ben-Gvir di “antisemitismo”.
La Convenzione del 1948 richiede, oltre alla commissione degli atti previsti, l’intenzione specifica di distruggere in tutto o in parte un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, per cui le dichiarazioni dei responsabili politici possono costituire elementi utili per valutare l’esistenza di tale intenzione.
Una singola dichiarazione non è sufficiente a determinare una responsabilità giuridica per genocidio e Ben-Gvir non esercita il comando diretto sulle forze armate. Il suo ruolo istituzionale resta tuttavia rilevante: è ministro della Sicurezza nazionale e partecipa al gabinetto di sicurezza israeliano.
Nel settembre 2025 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta istituita dal Consiglio delle Nazioni Unite per i diritti umani ha concluso che Israele avrebbe commesso quattro delle cinque condotte contemplate dalla Convenzione sul genocidio, attribuendo rilievo anche alle dichiarazioni di esponenti politici israeliani nella valutazione dell’intenzione genocidaria, tra cui, appunto, quelle espresse da Ben-Gvir.
La Corte internazionale di giustizia non ha ancora pronunciato una sentenza definitiva nella causa avviata dal Sudafrica, a cui si sono aggiunti numerosi altri Paesi, contro Israele. Israele respinge le accuse, afferma che le proprie operazioni sono dirette contro Hamas e sostiene di agire nell’esercizio del diritto all’autodifesa, ma i fatti parlano di ben altro, con tanto di proposta di trasferire i milioni di palestinesi di Gaza, che a differenza degli israeliani sono popolazione autoctona, nel Somaliland.
Le dichiarazioni di Ben-Gvir hanno anche implicazioni strategiche. Un’eventuale colonizzazione della Striscia richiederebbe una presenza militare prolungata, la protezione degli insediamenti e un considerevole impiego di uomini e risorse. Sul piano internazionale inoltre le richieste di espulsione della popolazione palestinese complicano i rapporti di Israele con i Paesi arabi e con gli stessi alleati occidentali.
Ben-Gvir appartiene alla componente più radicale della coalizione israeliana, ma il suo ruolo di governo impedisce di considerare le sue dichiarazioni come semplice retorica proveniente da un esponente marginale.