Beni russi congelati: l’Europa tra ambizioni ucraine, rischio simmetrico e paure legali

Il vertice europeo mette in luce le profonde divisioni tra Stati membri sul destino delle riserve russe bloccate nelle banche europee.

di Giuseppe Gagliano –

La decisione di non approvare esplicitamente l’utilizzo dei beni russi congelati per finanziare un maxi-prestito all’Ucraina rivela quanto la questione sia delicata e divisiva all’interno dell’Unione Europea. Mentre Bruxelles si impegna a garantire aiuti finanziari a Kiev per i prossimi due anni, la proposta di trasformare le riserve russe immobilizzate in uno strumento di finanziamento apre scenari economici, giuridici e geopolitici estremamente complessi. È il segno che, dietro la solidarietà proclamata, l’unità europea è ancora fragile quando si tratta di toccare il cuore delle architetture finanziarie globali.
Il Consiglio europeo ha ribadito il sostegno economico all’Ucraina, ma ha evitato di approvare l’idea di un “prestito di riparazione” da 140 miliardi di euro basato sui beni russi congelati. Non si tratta solo di un tecnicismo: i beni, custoditi in gran parte presso Euroclear in Belgio, sono sottoposti a un complesso intreccio di norme europee e internazionali. Finché la Russia non porrà fine alla guerra e non risarcirà i danni, questi asset resteranno congelati. Ma utilizzarli attivamente è un’altra storia. Il primo ministro belga Bart De Wever ha posto tre condizioni chiare: condivisione dei rischi legali, copertura finanziaria comune e trasparenza giuridica. Senza queste garanzie, Bruxelles non potrà procedere.
L’idea di impiegare risorse sovrane congelate tocca un nervo scoperto del sistema finanziario globale. Le preoccupazioni espresse da Robert Fico e Viktor Orban non sono semplicemente frutto di posizioni politiche filo-russe: riguardano la tenuta stessa dell’ordine finanziario internazionale. Se l’Unione Europea decidesse di confiscare o utilizzare questi fondi, verrebbe meno la fiducia degli Stati nel depositare riserve presso istituzioni finanziarie europee. Un precedente simile minerebbe la neutralità giuridica su cui si basa il sistema delle transazioni internazionali e potrebbe accelerare lo spostamento di capitali verso Paesi extra-occidentali.
L’Ungheria ha chiarito di avere interessi economici diretti in Russia. In caso di ritorsione, le imprese ungheresi sarebbero tra le più esposte. Orban, riportando le parole del presidente russo Vladimir Putin, ha descritto la confisca dei beni russi come un “furto” e ha avvertito che un simile passo distruggerebbe la fiducia nelle istituzioni finanziarie europee. Un messaggio che, pur isolato politicamente, trova eco silenziosa in diversi ambienti economici continentali preoccupati per la prevedibilità giuridica dell’Ue.
Non si è fatta attendere la risposta russa. La portavoce del Ministero degli Esteri Maria Zakharova ha minacciato “una risposta dolorosa” in caso di confisca dei beni. Non è solo retorica: la Russia potrebbe ricorrere a tribunali internazionali, lanciare azioni legali contro Stati e istituzioni coinvolte e colpire investimenti europei presenti sul proprio territorio. Inoltre, un’escalation di questo tipo complicherebbe ulteriormente qualsiasi tentativo di negoziato sul conflitto ucraino.
In gioco non c’è solo la ricostruzione ucraina. C’è la credibilità del sistema finanziario europeo e la capacità dell’Unione di agire come blocco coeso. Utilizzare i beni russi congelati significherebbe trasformare il potere finanziario in uno strumento politico attivo. Un’arma potente, ma anche rischiosa, perché potrebbe spingere Paesi terzi a diversificare i propri depositi, indebolendo il ruolo centrale dell’Europa come hub finanziario globale. Al tempo stesso, non farlo significherebbe rinunciare a un potenziale strumento di pressione economica sulla Russia e a una risorsa finanziaria rilevante per Kiev.
La scelta davanti all’Ue è netta: o trasformare i beni russi congelati in leva politica, assumendosi tutti i rischi che ne derivano, oppure continuare a sostenere Kiev con mezzi convenzionali, mantenendo intatta la neutralità finanziaria europea. In entrambi i casi, le conseguenze saranno di lungo periodo. L’episodio segna un passaggio importante: la guerra in Ucraina non si combatte più soltanto sul campo militare, ma sempre più sui conti correnti, nei tribunali internazionali e nei consigli dei ministri delle finanze europei. La geopolitica del denaro è ormai al centro dello scontro globale.