Benin. Attacco di al-Qaeda: 54 militari uccisi

di Giuseppe Gagliano

Un attacco jihadista ha causato 54 morti tra i militari del Benin. Il più letale nella storia recente del Paese. È accaduto nei giorni scorsi nel Parco nazionale W, tra foreste e savane che ormai non sono più riserve naturali, ma campi di battaglia silenziosi.
Dietro la geografia del paesaggio si cela quella della guerra: il nord del Benin, stretto tra il Burkina Faso e il Niger, è diventato il nuovo punto d’innesto della morsa jihadista che strangola il Sahel e che ora scende verso il Golfo di Guinea.
Il portavoce del governo, Wilfried Leandre Houngbedji, ha annunciato il tragico bilancio durante una conferenza stampa carica di emozione e patriottismo: “sono nostri figli, nostri fratelli”, ha detto. Ma la retorica nazionale non può nascondere la realtà: il nemico ha varcato il confine. E si muove con sicurezza.
L’attacco è stato rivendicato dal GSIM (Gruppo di Sostegno all’Islam e ai Musulmani), affiliato ad al-Qaeda, già responsabile del massacro dell’8 gennaio scorso che aveva lasciato sul terreno 28 soldati beninesi.
Gli osservatori avevano previsto questa deriva. Ma la velocità con cui il jihadismo si è radicato nel Nord del Benin ha sorpreso tutti. Secondo l’ACLED, nel 2024 si sono verificati più di 80 attacchi jihadisti nel solo Benin, con un aumento del 70% rispetto all’anno precedente.
Non si tratta più di incursioni isolate, ma di una campagna sistemica: attentati, rapimenti, infiltrazione delle comunità locali. Il Benin è oggi il Paese costiero più colpito da un’ondata terroristica che sembrava destinata a restare confinata nel deserto del Mali o nelle giungle del Burkina Faso. Ma che ora affonda le radici tra i villaggi del Nord e si muove lungo i corridoi della porosità istituzionale.
Nel 2022 il governo aveva lanciato l’operazione Mirador, dispiegando 3.000 soldati e rinforzandoli poi con altri 5mila. Ma l’apparato statale, da solo, non riesce a contenere una minaccia che è al tempo stesso militare, sociale e politica.
Le testimonianze parlano di popolazioni locali abbandonate, di giovani facilmente reclutabili, di villaggi ostaggio della paura. L’obiettivo dei jihadisti non è solo quello di colpire: è erodere la legittimità dello Stato, mostrare che lo Stato non c’è, o non basta.
In questa guerra asimmetrica, ogni attentato è anche un messaggio. Ogni bomba è una sfida al concetto stesso di sovranità. Il Nord del Benin, oggi, è la zona grigia dove si misura il futuro della sicurezza regionale.
Secondo Associated Press, i gruppi jihadisti non vogliono solo usare gli Stati costieri come retrovie per colpire i regimi saheliani. Vogliono radicarsi. Lo fanno insinuandosi nei vuoti amministrativi, nelle tensioni etniche, nelle marginalità economiche.
Togo, Ghana, Costa d’Avorio sono i prossimi bersagli. La strategia non cambia: destabilizzare le zone rurali, colpire le forze di sicurezza, dividere le comunità, infiltrare i mercati. Una rivoluzione armata a bassa intensità, ma ad alto impatto strategico.
Il caso del Benin dimostra che il Sahel non è più una periferia strategica. È il nuovo centro di una guerra che unisce terrorismo, crisi dello Stato, competizione geopolitica.
L’Africa occidentale non può più essere lasciata sola. Eppure la risposta internazionale è timida, disomogenea, frammentata tra iniziative francesi, ritirate americane e ambiguità cinesi. Il vuoto resta. E i jihadisti lo riempiono.