di Giuseppe Gagliano –
Il tentativo di rovesciare il presidente Patrice Talon non è stato soltanto l’ennesimo rigurgito di ribellione in un’Africa occidentale attraversata da colpi di Stato ricorrenti. È stato uno squarcio su una regione che vive sospesa tra povertà crescente, Stati fragili e la competizione di potenze che cercano di modellarne il destino. Nel Benin, Paese spesso considerato tra i più stabili dell’area, il collasso è sembrato a un passo quando gruppi militari guidati dal tenente colonnello Pascal Tigri hanno assediato Cotonou replicando dinamiche già viste in Niger, Mali e Burkina Faso. Ma stavolta il finale è stato diverso: l’intervento della Nigeria, sostenuta da diversi membri dell’Ecowas, ha chiuso la partita prima che degenerasse.
Dietro la retorica dei “golpisti contro la corruzione” si muove un Paese che vive contraddizioni profonde. Quasi il 40% della popolazione è sotto la soglia di povertà, l’Indice di Sviluppo Umano parla chiaro, e il governo di Talon, imprenditore diventato presidente nel 2016, non è riuscito a tradurre in politiche efficaci le promesse di modernizzazione. Le critiche mosse dai ribelli si annidano nell’elenco delle frustrazioni collettive: un esercito indebolito lungo il confine nord, dove l’insurrezione jihadista proveniente da Niger e Burkina Faso dilaga; tagli a un sistema sanitario già fragile; aumenti fiscali che hanno schiacciato ulteriormente una società priva di reti di protezione.
E in questa miscela, la penetrazione jihadista crea un effetto moltiplicatore: dove l’autorità dello Stato arretra, avanzano gruppi armati che approfittano della disperazione. L’operazione dei golpisti si è nutrita di questo sfaldamento, di un malcontento che corre sotterraneo e che, se ignorato, rischia di riemergere ancora.
A fare la differenza è stato il meccanismo politico-militare della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale. Dopo anni di colpi di Stato cui l’Ecowas ha reagito con dichiarazioni più che con azioni concrete, il Benin è diventato il banco di prova per dimostrare che la stagione della passività è finita. La Nigeria, gigante demografico ed economico dell’area, ha agito con prontezza: i caccia decollati da Lagos hanno colpito obiettivi dei ribelli su esplicita richiesta di Talon.
Non è solo solidarietà regionale: è autodifesa. Abuja teme che il contagio golpista arrivi ai propri confini, in un Paese già segnato da insicurezza cronica, terrorismo interno e tensioni interne. La stabilità del Benin diventa quindi una questione nazionale, non solo diplomatica.
Accanto al protagonismo della Nigeria si intravede il sostegno di Parigi, che vede nel Benin uno degli ultimi luoghi dove non ha ancora perso completamente influenza dopo la fine della Françafrique e le espulsioni subite in Mali, Burkina Faso e Niger. Il fatto che la Nigeria abbia ricevuto un appoggio implicito francese conferma come, al di là dei proclami, l’Europa tema un’ulteriore contrazione del proprio spazio strategico in Africa, proprio mentre altre potenze, dalla Russia alla Cina, fino ai nuovi attori mediorientali, avanzano.
L’instabilità diventa così terreno di competizione: chi controlla la sicurezza, controlla l’accesso alle risorse, ai corridoi commerciali, alle rotte energetiche. Il Benin è piccolo, ma è incastonato in un mosaico che può cambiare gli equilibri dell’intera regione.
Secondo diverse analisi, la combinazione esplosiva di povertà crescente, indebolimento degli apparati statali e rivalità globali genera un ambiente che rende i colpi di Stato quasi inevitabili. Ma il caso beninese mostra anche che un altro percorso è possibile: quello di un’azione coordinata tra governi che non vogliono vedere la regione scivolare completamente nel caos.
Per la Nigeria, fermare Tigri significa difendere sé stessa. Per l’Ecowas, significa riaffermare un principio minimo di ordine. Per la Francia, è un modo per non uscire definitivamente dalla mappa del potere africano. Per gli Stati Uniti, impegnati a rimodulare la loro presenza nel continente, il messaggio è duplice: la Nigeria si candida a potenza d’ordine e non accetta interferenze o ambiguità.
Il giorno dopo il tentato golpe, Cotonou è tornata alla normalità apparente. Ma le cause strutturali restano lì: povertà endemica, pressione jihadista, sfiducia verso le istituzioni. Il vero nodo è capire se il governo Talon userà l’aiuto ricevuto per rafforzare lo Stato o per chiudersi nella gestione del potere. E se la Nigeria saprà davvero diventare il perno di una stabilità regionale duratura o se il suo intervento resterà un episodio isolato.
Una cosa è certa: l’Africa occidentale non può permettersi altri focolai di instabilità. Il virus del golpismo ha già contagiato troppe nazioni. Questa volta l’Ecowas ha alzato uno scudo. Resta da vedere se sarà abbastanza robusto da reggere ai prossimi urti.












