
di Giuseppe Gagliano –
Un progetto energetico da oltre un miliardo di dollari sta riaccendendo il confronto geopolitico nei Balcani e sollevando interrogativi sul futuro della Bosnia-Erzegovina. Al centro della vicenda c’è la Southern Interconnection, il gasdotto destinato a collegare la Bosnia al terminale croato del gas naturale liquefatto, riducendo la storica dipendenza del Paese dalle forniture russe.
Secondo un’inchiesta del Guardian, la società americana AAFS Infrastructure and Energy, finora priva di esperienze rilevanti in opere di questa portata, sarebbe vicina a ottenere un ruolo centrale nel progetto attraverso una procedura che ha suscitato perplessità sia a Sarajevo sia a Bruxelles. L’azienda sarebbe stata individuata tramite una nuova normativa bosniaca senza una gara competitiva, alimentando dubbi sulla trasparenza dell’operazione.
Washington sostiene apertamente il progetto, considerandolo uno strumento strategico per ridurre l’influenza energetica russa nell’Europa sud-orientale. La Bosnia dipende infatti quasi totalmente dal gas proveniente da Mosca e la diversificazione delle forniture viene vista dagli Stati Uniti come un elemento fondamentale per rafforzarne l’autonomia politica ed economica.
La vicenda assume però una dimensione più ampia per i legami tra AAFS e figure vicine all’universo politico trumpiano. Tra i rappresentanti dell’azienda figurano Jesse Binnall, avvocato vicino a Donald Trump, e Joe Flynn, fratello dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn. Questo intreccio tra interessi privati, politica estera e reti personali alimenta il dibattito sul ruolo crescente delle società private nella proiezione dell’influenza americana all’estero.
Il progetto prevede la costruzione di un gasdotto valutato circa 300 milioni di euro e di tre centrali elettriche per un valore complessivo che potrebbe superare i 900 milioni di euro. L’obiettivo dichiarato è rafforzare la sicurezza energetica bosniaca, ma resta aperta la questione di chi controllerà nel lungo periodo infrastrutture considerate strategiche per il Paese.
La Bosnia rappresenta un terreno particolarmente sensibile. Il sistema istituzionale nato dagli accordi di Dayton continua a essere fragile e attraversato da tensioni tra le diverse componenti etniche e politiche. In questo contesto, ogni grande investimento estero assume inevitabilmente una valenza geopolitica che va oltre la semplice dimensione economica.
Un ruolo centrale continua a essere attribuito a Milorad Dodik, leader della Republika Srpska e figura tradizionalmente vicina a Mosca. Secondo diverse ricostruzioni, la possibilità di realizzare il progetto dipenderebbe anche dalla capacità di ottenere almeno una neutralità politica da parte dell’area serbo-bosniaca, evidenziando la complessità degli equilibri interni al Paese.
La vicenda mette inoltre in evidenza le difficoltà dell’Unione europea nei Balcani. Bruxelles continua a chiedere trasparenza, concorrenza e rispetto delle procedure, ma fatica a competere con strumenti di influenza più diretti utilizzati da Stati Uniti, Russia, Cina e Turchia. Mentre queste potenze investono in energia, infrastrutture e relazioni politiche, l’Europa appare spesso concentrata soprattutto sugli aspetti normativi.
Sul piano economico, il gasdotto potrebbe contribuire a diversificare gli approvvigionamenti energetici bosniaci e a ridurre la vulnerabilità verso Mosca. Tuttavia, numerosi osservatori sottolineano che la diversificazione non coincide automaticamente con una maggiore sovranità, soprattutto se la gestione delle infrastrutture strategiche finisce nelle mani di soggetti stranieri.
La partita che si sta giocando in Bosnia va quindi oltre il mercato energetico. Per Washington si tratta di consolidare la propria presenza nei Balcani e limitare l’influenza russa. Per Mosca significa difendere una delle proprie tradizionali aree di influenza nell’Europa sud-orientale. Per Bruxelles è una sfida alla propria capacità di guidare il processo di integrazione regionale.
Il caso dimostra ancora una volta come, nella geopolitica contemporanea, gasdotti e infrastrutture energetiche siano molto più che opere industriali. Sono strumenti di potere capaci di ridefinire alleanze, dipendenze e rapporti di forza. E nei Balcani, dove la competizione tra potenze resta intensa, il controllo dell’energia continua a essere una delle chiavi principali per influenzare il futuro della regione.











