di Giuseppe Gagliano –
La decisione del giudice Alexandre de Moraes di non procedere, per ora, all’arresto di Jair Bolsonaro rappresenta molto più di una semplice sospensione cautelativa. È il riflesso di un equilibrio precario tra l’autorità giudiziaria e la capacità sovversiva di un ex presidente che, pur decaduto e interdetto, conserva una base elettorale militante e una rete politica ben radicata. In un Paese segnato da profonde fratture sociali e istituzionali, la giustizia brasiliana sceglie la prudenza, ma non senza lasciare trasparire un messaggio: il margine di tolleranza è ormai vicino all’esaurimento.
L’episodio dell’infrazione alle restrizioni – la partecipazione pubblica con esibizione del braccialetto elettronico e la diffusione indiretta del video sui social da parte del figlio Eduardo – mostra come Bolsonaro continui a sfidare simbolicamente l’ordine costituito, tentando di spostare il conflitto dal piano giudiziario a quello dell’opinione pubblica. La Corte Suprema, consapevole del rischio di radicalizzare ulteriormente il Paese, adotta una strategia graduata. Ma il rischio di delegittimazione delle istituzioni è reale: Bolsonaro trasforma ogni restrizione in una narrazione vittimista, alimentando la retorica del “martire della sovranità popolare”.
Non è un caso che l’inchiesta su Bolsonaro includa anche il sospetto di aver tentato di coinvolgere l’ex presidente statunitense Donald Trump, affinché esercitasse pressioni sul Brasile. Se confermata, questa dinamica evidenzierebbe un’inedita saldatura tra populismi autoritari di diversa latitudine, capaci di bypassare i canali diplomatici per costruire una diplomazia parallela fondata sul ricatto economico (si pensi alla minaccia di Trump del 50% di dazi). Il caso riflette un nuovo modo di fare geopolitica: non più solo tra Stati, ma attraverso reti personali che sfruttano la polarizzazione politica globale.
La minaccia di sanzioni, e l’eventuale utilizzo delle relazioni bilaterali come leva contro la giustizia brasiliana, non sono solo atti simbolici. Rivelano una consapevolezza: l’economia è oggi uno strumento di lotta politica. Le sanzioni evocate da Trump contro il Brasile avrebbero potuto avere un impatto devastante, colpendo un Paese già vulnerabile e con una crescita debole. Bolsonaro e il suo entourage hanno cercato, con queste manovre, di convertire la propria crisi legale in una crisi sistemica, cercando di spingere le élite economiche a intervenire in nome della “stabilità”.
In tutto questo, il ruolo delle Forze Armate resta ambiguo. La loro storica vicinanza a Bolsonaro, un ex capitano nostalgico della dittatura, resta un elemento di instabilità potenziale. Per ora, la neutralità è stata mantenuta. Ma in un contesto in cui il potere giudiziario sembra essere l’unico baluardo contro l’erosione dello stato di diritto, la latente politicizzazione delle forze armate rappresenta un rischio strutturale. Qualsiasi arresto o misura più severa nei confronti di Bolsonaro potrebbe provocare reazioni a catena imprevedibili.
Sul piano politico, la condanna all’interdizione dalle cariche per otto anni non ha spento il fenomeno. Bolsonaro è ormai un simbolo, un’identità politica che sopravvive oltre il suo fondatore. I comizi, le manifestazioni, la mobilitazione digitale non sono azioni episodiche, ma un progetto di lungo termine per mantenere viva una forma di sovranismo plebiscitario che punta a rientrare in gioco, magari per via familiare, attraverso la figura del figlio Eduardo.
La scelta di non procedere all’arresto non è segno di debolezza, ma di calcolo. Le istituzioni brasiliane sanno che la vera battaglia si gioca sulla tenuta democratica. Evitare la vittimizzazione immediata di Bolsonaro serve a evitare un’escalation che potrebbe far degenerare il conflitto tra poteri. Ma la tregua è solo temporanea. Se Bolsonaro continuerà a provocare, sfidare e aggirare le regole, la giustizia non potrà più esimersi dal colpire.
Nel frattempo l’economia brasiliana resta osservatrice silenziosa. La ripresa dipende dalla stabilità politica e dalla credibilità internazionale. Un ritorno allo scontro istituzionale rischierebbe di allontanare investitori e partner commerciali, proprio mentre il Brasile cerca di rafforzare il proprio peso nel Mercosur e nella transizione energetica globale.
Il caso Bolsonaro va oltre il Brasile. È la rappresentazione plastica di una sfida che riguarda tutta l’America Latina: come difendere le istituzioni in un’epoca in cui il potere si gioca anche fuori dalle regole? Come mantenere la sovranità popolare senza scivolare nell’anarchia plebiscitaria? Come tenere insieme coesione sociale e libertà civili?
Il futuro del Brasile dipenderà dalla capacità delle sue istituzioni di rispondere a queste domande senza cedere alla vendetta, ma anche senza tollerare l’impunità. La partita resta aperta. E il tempo, per la democrazia brasiliana, è un alleato sempre più esigente.












