di Giuseppe De Santis –
L’aumento dei prezzi dei carburanti, innescato anche dalla chiusura dello stretto di Hormuz, sta mettendo sotto pressione gran parte dell’economia mondiale. Il rincaro di benzina e diesel rischia infatti di avere effetti a catena su trasporti, produzione e consumi.
Eppure esiste un Paese che, almeno in parte, sembra al riparo da questa crisi: il Brasile.
Nel gigante sudamericano, gli automobilisti possono scegliere tra diverse opzioni di rifornimento. Oltre ai carburanti tradizionali, è diffuso l’uso di miscele che contengono circa il 30% di biocarburanti derivati dalla soia, oppure l’etanolo ricavato dalla canna da zucchero, che può sostituire completamente benzina e diesel. Questo è possibile grazie alla larga diffusione di veicoli “flex fuel”, dotati di motori in grado di funzionare sia con idrocarburi sia con etanolo.
Il Brasile è il principale produttore mondiale di canna da zucchero e una parte significativa della produzione viene destinata alla trasformazione in etanolo. Per quest’anno si stima una produzione di circa 30 miliardi di litri, una quantità sufficiente a coprire il fabbisogno interno. Gran parte della materia prima proviene da grandi aziende agricole nello Stato di San Paolo, cuore della filiera.
L’utilizzo dell’etanolo come alternativa ai carburanti fossili risale agli anni ’70, quando il regime militare avviò politiche energetiche per contrastare l’aumento del prezzo del petrolio, dovuto alle decisioni dei Paesi esportatori. Furono così lanciati programmi di ricerca e sviluppo per incrementare sia la coltivazione della canna da zucchero sia l’efficienza della produzione di etanolo.
Questi programmi proseguono ancora oggi grazie a una rete di centri di ricerca attivi in tutto il Paese. Tra i più importanti figura il Centro per lo sviluppo dell’etanolo dell’Università di Campinas (Unicamp), uno dei principali poli scientifici del settore.
L’esperienza brasiliana non è facilmente replicabile in Europa, soprattutto per ragioni climatiche e agricole. Tuttavia, diversi Paesi a vocazione tropicale, come Messico e India, stanno valutando la possibilità di sviluppare filiere simili per ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. La strada, però, resta ancora lunga.












