di Giuseppe Lai –

Domenica 16 agosto è cominciata la corsa alla presidenza del Brasile. Il presidente Luiz Inácio Lula da Silva e il senatore Flávio Bolsonaro hanno inaugurato le rispettive campagne elettorali dando inizio a una competizione che si preannuncia tra le più accanite degli ultimi anni. Da una parte il leader della sinistra in cerca di un quarto mandato; dall’altra il figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro, attualmente agli arresti domiciliari a seguito di un tentativo di colpo di Stato.

Il primo turno è fissato per il 4 ottobre, cui seguirà il ballottaggio qualora nessun candidato ottenga la maggioranza dei voti validi. Al momento i sondaggi mostrano in vantaggio l’ex presidente Lula, ma con un margine ridotto e una distanza che si è progressivamente assottigliata rispetto all’avversario: in base all’ultimo rilevamento BTG/Nexus, pubblicato il 17 agosto, Lula è al 41 per cento nel primo turno contro il 36 per cento di Flávio Bolsonaro.

Lula ha lanciato la sua campagna elettorale rivendicando il proprio background personale e politico e affermando che il Brasile ha ancora bisogno del Partito dei Lavoratori per continuare le proprie politiche. A cominciare dalla sovranità economica, resa possibile grazie alle immense riserve brasiliane di terre rare, che gli permettono di estrarre, trasformare e industrializzare queste risorse sul proprio territorio, creando occupazione e ricchezza interna. Il rapporto con gli Stati Uniti è uno dei temi destinati a pesare sulla campagna, dopo che Lula ha accusato Washington di adottare misure che favorirebbero la candidatura di Flávio Bolsonaro. Tra queste, l’applicazione, da parte dell’amministrazione Trump, di provvedimenti contro il Comando Vermelho e il PCC, due delle principali organizzazioni criminali brasiliane, che ha alimentato il timore di un’ingerenza statunitense nella politica interna di Brasilia.

A Rio de Janeiro Flávio Bolsonaro ha scelto la spiaggia di Copacabana, luogo simbolo delle mobilitazioni della destra brasiliana, per dare il via alla propria campagna. Il senatore del Partito Liberale ha aperto il comizio evocando proprio la figura del padre e presentando la candidatura come una missione politica e personale. Il tema centrale è stato quello della sicurezza. Il senatore ha accusato il governo Lula di non essere abbastanza duro contro criminalità e violenza e ha promesso di classificare come organizzazioni terroristiche il PCC, il Comando Vermelho e le milizie. Si è concentrato inoltre sull’inflazione, sull’indebitamento delle famiglie e sui precedenti scandali di corruzione legati al Partito dei Lavoratori, sostenendo che il Brasile deve cambiare direzione. Flávio Bolsonaro ha inoltre rivendicato una posizione più vicina agli Stati Uniti, affermando di essere l’unico candidato in grado di ristabilire la credibilità internazionale del Brasile e citando nel suo discorso Stati Uniti, Cina, Israele, Medio Oriente, India e Argentina quali interlocutori con cui il Brasile dovrebbe costruire nuovi accordi commerciali.

Il duello tra Lula e Flávio Bolsonaro rimette in primo piano, con protagonisti diversi, le divisioni politiche che hanno segnato il Brasile negli ultimi anni. Da una parte Lula fa leva sulla propria esperienza, sul welfare e sull’idea di un Brasile più indipendente sul piano economico e internazionale. Dall’altra Flávio Bolsonaro cerca di raccogliere l’eredità politica del padre, facendo della sicurezza, della lotta alla criminalità e della contrapposizione alla sinistra i capisaldi della propria campagna elettorale.

Il voto di ottobre sarà quindi anche un referendum politico sul futuro del Paese e sull’eredità del bolsonarismo. I numeri delle ultime settimane indicano che, almeno per ora, nessuno dei due principali candidati può considerarsi sicuro della vittoria.