BRICS. La Controffensiva del Sud Globale: Un Ordine Mondiale in Bilico

di Marcello Beraldi

Per decenni il mondo ha danzato al ritmo dettato da Washington e dalle sue capitali alleate. Un’orchestra globale con un direttore d’orchestra unico, le cui partiture erano scritte nelle sale di Bretton Woods, con il dollaro come nota dominante e le istituzioni occidentali a scandire il tempo. Ma il concerto sta cambiando. Sul palco, un coro sempre più numeroso e dissonante si sta facendo sentire: i BRICS, ora informalmente noti come BRICS+. Quello che un tempo era un semplice acronimo finanziario, un’intuizione di un banchiere per indicare economie promettenti, è diventato un blocco geopolitico che non si accontenta più di crescere, ma ambisce a riscrivere la sinfonia dell’ordine mondiale.

La genesi di una sfida necessaria.
​La crisi finanziaria globale del 2008 è stata la miccia. Ha squarciato il velo sull’illusione di un sistema infallibile, rivelando le fragilità di un’architettura finanziaria dominata da pochi. In quel frangente, Brasile, Russia, India e Cina hanno compreso la necessità di una voce comune, un contrappeso a un ordine percepito come ingiusto e limitante per il “Mondo della Maggioranza”. Il primo vertice formale, a Ekaterinburg nel 2009, non fu solo un incontro economico, ma il seme di un’ambizione geopolitica. L’ingresso del Sudafrica nel 2010 ha consolidato il gruppo, e l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022, con le conseguenti sanzioni occidentali, ha accelerato la metamorfosi. Russia e Cina, in particolare, hanno spinto affinché i BRICS diventassero un esplicito contrappeso a un sistema globale che, a loro avviso, serve primariamente gli interessi statunitensi.
​L’espansione del blocco, con l’ingresso di Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi Uniti e Indonesia, non è un mero allargamento numerico. È una dichiarazione d’intenti. I BRICS+ rappresentano oggi quasi il 45% della popolazione mondiale e una quota crescente del PIL globale, superando il G7 in termini di Parità di Potere d’Acquisto (PPA). Questa metrica, che misura il reale potere d’acquisto interno, rivela una forza economica ben più profonda di quanto il PIL nominale possa suggerire. Non si tratta più solo di proiezioni di crescita, ma di una massa critica demografica ed economica che esige un posto al tavolo delle decisioni globali, sfidando il privilegio storico su cui si fondano le istituzioni occidentali.

La de-dollarizzazione: il fronte finanziario della controffensiva.
​Il cuore della sfida dei BRICS all’egemonia statunitense pulsa nel tentativo di smantellare il dominio del dollaro. La “de-dollarizzazione” non è un capriccio, ma una strategia dettata dalla necessità e dall’opportunità. Le sanzioni occidentali, come l’esclusione di diverse banche russe dal sistema SWIFT, hanno agito da catalizzatore, spingendo i membri a cercare alternative che li mettano al riparo da future ritorsioni.
​Progetti come il “BRICS Pay”, un sistema di pagamento decentralizzato basato sulla tecnologia blockchain, mirano a consentire scambi commerciali tra i membri senza la conversione in dollari statunitensi, aggirando di fatto la rete SWIFT. Parallelamente, la New Development Bank (NDB), istituita nel 2014 con un capitale autorizzato di 100 miliardi di dollari, si propone come un’alternativa alla Banca Mondiale, finanziando progetti di infrastrutture e sviluppo sostenibile nei paesi emergenti. Il Contingent Reserve Arrangement (CRA), dal canto suo, funge da piattaforma di supporto finanziario reciproco, offrendo liquidità in caso di crisi della bilancia dei pagamenti, in diretta competizione con il Fondo Monetario Internazionale. Questi pilastri istituzionali non sono semplici desideri, ma strutture concrete che indicano un impegno a lungo termine nella costruzione di un sistema economico globale alternativo, un’infrastruttura finanziaria resiliente e non dipendente dal dollaro.

La voce del sud globale e la spinta multipolare.
​Al di là delle manovre finanziarie, i BRICS portano avanti una battaglia narrativa e ideologica. Molti dei suoi membri, con un passato di colonialismo europeo, presentano l’organizzazione come un percorso verso l’autosufficienza e lo sviluppo per gli stati post-coloniali. Il blocco si erge a rappresentante inclusivo degli interessi del Sud Globale, sostenendo un ruolo più significativo per queste nazioni nel mondo. Questa non è solo retorica: è una ridefinizione dei termini dell’impegno globale, un allontanamento da un modello prescritto dall’Occidente.
​La “multipolarità” non è un concetto astratto, ma un imperativo politico. I BRICS cercano di accumulare capacità economiche, politiche e militari per controbilanciare le potenze tradizionali, in particolare Stati Uniti ed Europa. Le tensioni internazionali, dall’Ucraina a Gaza, evidenziano approcci divergenti alla sicurezza e alla governance globale. Mentre l’Occidente lega spesso l’impegno economico a standard di governance e diritti umani, i BRICS, con la loro diversità di sistemi politici, sfidano implicitamente questo legame, affermando una legittimità basata sul peso economico e demografico piuttosto che su valori liberal-democratici condivisi. Questa è una contesa ideologica profonda sui principi stessi che dovrebbero governare il mondo.

Risorse strategiche e la frammentazione commerciale.
​L’influenza dei BRICS si estende anche al controllo delle risorse strategiche. Con l’inclusione di Arabia Saudita, Russia, Emirati Arabi Uniti, Iran, Brasile e Cina, i BRICS+ raggruppano sei dei dieci maggiori produttori di petrolio al mondo, rappresentando circa il 30% della produzione globale. Questa concentrazione di potere energetico conferisce al blocco una leva significativa per influenzare i mercati globali, armonizzare gli interessi e creare un fronte negoziale unito. Un’arma potente in un mondo ancora affamato di energia, che può essere usata per accelerare la de-dollarizzazione o per esercitare pressione geopolitica.
​Il commercio intra-BRICS è in crescita, sebbene gran parte di esso sia trainato dalla Cina, che agisce come un agente di globalizzazione all’interno del blocco, aprendo mercati per i suoi prodotti e le sue aziende. Tuttavia, questo focus interno, sebbene miri a ridurre la dipendenza dalle rotte commerciali esterne dominate dall’Occidente, potrebbe anche portare a un “profilo commerciale internazionale più frammentato in blocchi concorrenti”. Non una contraddizione, ma un risultato strategico: rafforzare i legami interni per ridurre la vulnerabilità esterna. Ciò suggerisce un allontanamento da un’economia globale universalmente integrata verso un sistema commerciale multipolare, con catene di approvvigionamento e accordi commerciali regionali o specifici per blocco che diventano più prominenti.

Le ombre interne e il futuro incerto, ma inesorabile.
​Nonostante la sua crescente forza, il cammino dei BRICS non è privo di ostacoli. L’eterogeneità interna è una realtà innegabile: sistemi politici diversi, livelli di sviluppo economici disparati e, soprattutto, l’ingombrante predominio economico della Cina. Gli interessi nazionali divergenti e le potenziali frizioni tra i nuovi membri (si pensi a Iran e Arabia Saudita, o Egitto ed Etiopia) potrebbero rendere difficile il raggiungimento di un consenso su posizioni politiche comuni. Alcuni osservatori, come Jim O’Neill, l’economista che coniò il termine “BRIC”, arrivano a definire il gruppo un “progetto fallito” per la sua incapacità di tradurre la retorica in risultati concreti.
​Tuttavia, queste criticità interne, sebbene reali, non annullano la spinta fondamentale verso un riequilibrio del potere globale. La forza numerica del blocco, unita alla sua ambizione strategica, suggerisce che le sue fratture interne potrebbero limitare la velocità, ma non la direzione, della sua influenza. La sua ascesa non preannuncia un crollo immediato del sistema a guida statunitense, ma piuttosto una sua graduale erosione. Un’erosione strategica, fatta di alternative istituzionali, di nuove rotte commerciali e di una narrazione che risuona con miliardi di persone. Il mondo sta diventando più complesso, più frammentato in blocchi concorrenti, ma forse anche più equilibrato. La partita è aperta, e i BRICS sono determinati a giocare un ruolo da protagonisti in un ordine mondiale che non vuole più un solo padrone.