Bulgaria. La crisi di governo che esplode alla vigilia dell’euro

di Giuseppe Gagliano

Le dimissioni del governo guidato da Rosen Zhelyazkov non chiudono una crisi: la certificano. Arrivano dopo settimane di proteste e a meno di tre settimane dall’ingresso della Bulgaria nell’eurozona, un passaggio che avrebbe dovuto segnare la fine della lunga transizione post-comunista e che invece rischia di aprire una nuova fase di instabilità. Il voto di sfiducia evitato per pochi minuti non cambia la sostanza: l’esecutivo è stato travolto da una miscela di rabbia sociale, sfiducia politica e rigetto morale verso un sistema percepito come impermeabile alla lotta contro la corruzione.
Zhelyazkov ha provato a leggere le proteste come una mobilitazione “per i valori”, non come una rivolta sociale. È una definizione politicamente elegante, ma rivela anche l’impotenza della classe dirigente: quando la protesta diventa trasversale e non riconducibile a una piattaforma economica precisa, significa che la frattura è ormai sistemica.
L’ingresso nell’euro, previsto per il primo gennaio, è il vero convitato di pietra della crisi. La Bulgaria arriva all’appuntamento con il Paese spaccato in due: una società urbana, giovane e professionalizzata che vede nell’euro una garanzia di stabilità e ancoraggio europeo, e una parte consistente della popolazione che teme inflazione, perdita di potere d’acquisto e speculazioni sui prezzi. I sondaggi parlano chiaro: favorevoli e contrari sono praticamente in parità.
Il ritiro del bilancio 2026, il primo redatto in euro, ha fatto emergere un nodo centrale: la transizione monetaria senza fiducia politica amplifica i rischi. Aumenti di contributi e tasse sui dividendi per finanziare più spesa pubblica, soprattutto per apparati di sicurezza e magistratura, hanno colpito proprio quelle istituzioni che larga parte dell’opinione pubblica considera parte del problema. Senza un governo pienamente legittimato e senza una cornice di controllo credibile, l’ingresso nell’euro rischia di trasformarsi da scudo a detonatore.
Dal punto di vista strategico, la Bulgaria è intrappolata in un ciclo di instabilità che dura da anni: sette elezioni in quattro anni non sono il segno di una democrazia vivace, ma di un sistema incapace di produrre maggioranze funzionali. Il Parlamento frammentato, con circa nove partiti, rende la formazione di un nuovo governo un esercizio ad alto rischio di fallimento.
Il presidente Rumen Radev si prepara allo scenario più probabile: un governo tecnico e nuove elezioni anticipate. Ma ogni ritorno alle urne senza una riforma profonda delle regole del gioco rischia di riprodurre lo stesso stallo. In questo quadro, il partito GERB di Boyko Borissov resta centrale, ma anche prigioniero del proprio passato, segnato da dimissioni forzate e proteste anti-corruzione già nel 2013 e nel 2020-2021.
Sul piano geopolitico, la crisi bulgara ha un peso che va oltre Sofia. La Bulgaria è ormai integrata nei principali meccanismi europei, dall’area Schengen all’eurozona, ma resta attraversata da ambiguità profonde. Una parte della popolazione contesta l’allineamento filo-occidentale, soprattutto sulla guerra in Ucraina, e guarda con nostalgia o interesse a un riavvicinamento a Mosca. Non è maggioritaria, ma è sufficientemente consistente da condizionare il dibattito pubblico.
Qui si innesta la questione oligarchica. La figura di Delyan Peevski, sanzionato dagli Stati Uniti e dal Regno Unito per corruzione, è diventata il simbolo della collusione tra politica, affari e media. Anche se il suo partito non siede formalmente al governo, il suo peso parlamentare e informale alimenta la percezione che il potere reale non passi dalle urne, ma da reti opache di influenza. È un problema non solo democratico, ma anche geoeconomico: nessuna integrazione europea può funzionare pienamente se il Paese resta esposto a dinamiche oligarchiche strutturali.
La crisi bulgara non è un affare interno. È un test per l’Unione Europea nel momento in cui allarga l’eurozona a Paesi con istituzioni fragili e società polarizzate. Le dimissioni del governo sono solo il primo atto di una fase incerta: o l’ingresso nell’euro diventerà il volano di una normalizzazione politica, oppure rischia di accentuare le tensioni e trasformare la Bulgaria nell’anello debole dell’architettura europea. In entrambi i casi, Bruxelles non potrà limitarsi a osservare.