Burkina Faso. Fonti di intelligence: Parigi sapeva del golpe, ma non è stata in grado di intervenire

di Giuseppe Gagliano –

l tentativo di colpo di stato della sera del 23 gennaio contro il presidente burkinabé Roch Marc Christian Kaboré non ha sorpreso nessuno a Parigi. Da settembre ufficiali e diplomatici francesi stanno lavorando su scenari di presa del potere da parte dei militari. A metà ottobre la minaccia è stata persino considerata “molto importante”, e i servizi di sicurezza francesi si sono preparati di conseguenza. Così, non appena ci sono stati segnalati i primi ammutinamenti, la mattina presto di domenica 23 gennaio, al campo di Sangoulé Lamizana e alla caserma Kaya, nel Burkina Faso centro-settentrionale, secondo fonti di intelligence lo stato francese sarebbe rimasto in contatto con il presidente Kaboré per tutto il giorno.
Poco prima delle 10.00 le forze speciali francesi della Sabre Task Force, il cui quartier generale si trova in Burkina Faso, sono state messe in allerta. Dieci ore dopo, mentre gli ammutinati non erano lontani dalla residenza privata del presidente, nel distretto Patte-d’Oie di Ouagadougou, Parigi gli avrebbe, sempre secondo fonti di intelligence, organizzato un’esfiltrazione di emergenza. Uno scenario che era stato preparato e pianificato nelle ultime settimane in caso di presa efficace del potere con le armi. Diversi punti di consegna nei paesi vicini erano stati studiati per proteggere il presidente, il quale tuttavia si è rifiutato di essere esfiltrato da Parigi. Tuttavia l’Eliseo ha ufficialmente smentito una ipotesi di questo genere.
Ad ogni modo quello che è certo è che la diplomazia francese è rimasta in stretto contatto con il capo di Stato fino alla fine della sera del 23 gennaio, fino a mezzanotte circa. La scomparsa dagli schermi radar del presidente corrispondeva anche all’intensificazione dei combattimenti tra forze legittimiste ed elementi golpisti. Fino a lunedì la situazione era confusa a Ouagadougou sul destino di Kaboré. Mentre fonti militari affermavano tempestivamente che era stato arrestato la notte tra il 23 e il 24 gennaio, diversi parenti del capo dello Stato hanno successivamente indicato che era sfuggito a un “tentativo di assassinio”, e che era sotto la protezione della sua guardia del corpo. D’altra parte la Francia è stata sempre molto vicina: il signor “Africa” del Quai d’Orsay, e cioè Christophe Bigot, si era recato a Ouagadougou all’inizio di dicembre. Aveva incontrato Kaboré accompagnato dall’ambasciatore francese nel paese, Luc Hallade, e da alti ufficiali dell’esercito. Paradossalmente il rischio di un colpo di stato si era poi dissipato almeno in parte, anche se la minaccia era ancora considerata molto grave.
L’arresto due settimane fa del tenente colonnello Emmanuel Zoungrana per tentato colpo di stato aveva tuttavia causato una nuova ondata di preoccupazione. D’altra parte proprio il leader del golpe Paul-Henri Sandaogo Damiba fa parte dell’ entourage di Zoungrana. Infatti Paul-Henri Sandaogo Damiba era stato promosso comandante della terza regione militare, dopo aver comandato per un certo periodo il Northern Rapid Action and Security Group a Ouahigouya.
La mattina del 24 sono state trasmesse insistentemente voci sul possibile rilascio dell’onnipotente capo del reggimento di sicurezza presidenziale (RSP) di Blaise Compaoré, e cioè Gilbert Diendéré, imprigionato nel 2015 a seguito di un tentativo di colpo di stato contro le autorità di transizione, senza che le informazioni fossero confermate. Tuttavia il suo possibile ruolo è ancora lungi dall’essere chiaramente stabilito negli eventi di domenica. I suoi presunti legami con molti degli ufficiali golpisti, tra cui Damiba, sono attualmente oggetto di intense speculazioni. I soldati rivoltosi provengono per lo più da unità Cobra, una forza speciale messa a disposizione dell’esercito.
Come riporta la Reuters, oggi una delegazione del neonato Movimento patriottico per la salvezza e la restaurazione ha reso noto che il presidente è stato deposto, la Costituzione è stata sospesa, il governo è stato sciolto come pure l’Assemblea nazionale. Anche le frontiere sono state chiuse.
Quel che è certo è che Parigi non era rimasta sorpresa del colpo di stato. Da tempo ormai vi erano forti tensioni interne, basti pensare che lo scorso novembre ci fu il massacro di 53 soldati nel nord-est del paese e più esattamente nella città di Inata, ad opera di militanti affiliati allo Jnim – branca saheliana di al-Qaeda, attacco che aveva dimostrato agli occhi di una parte dell’élite militare l’incapacità di questo governo di porre fine al terrorismo islamico. Ma questo, nonostante l’appoggio della Francia, non è avvenuto, come non è accaduto in Mali. È evidente quindi che il colpo di Stato segna l’ennesimo fallimento della politica francese in Africa. La Francia da tempo non ha il controllo delle sue ex colonie, che stanno inesorabilmente passando o sotto il controllo islamico o sotto quello russo, turco e cinese.