di Samuele Lucia –
Negli ultimi anni il Burkina Faso è stato fondamentale per quanto riguarda la trasformazione geopolitica che sta avvenendo nel Sahel. Il Paese di fatto ha progressivamente preso le distanze dalla Francia, storica potenza coloniale, ridefinendo la propria politica estera e rafforzando la cooperazione militare con Mali e Niger.
Questo cambiamento non indica solamente una svolta diplomatica, ma riflette l’assoluta volontà di costruire un nuovo modello di relazioni internazionali, fondato su una maggiore autonomia politica, economica e militare.
L’insoddisfazione verso il modello di cooperazione con Parigi, soprattutto sul piano della sicurezza, ha spinto le nuove autorità burkinabé a diversificare le proprie alleanze internazionali.
Parallelamente il Burkina Faso ha scelto di rafforzare il dialogo con i vicini, contribuendo alla nascita di un nuovo equilibrio regionale destinato ad avere un impatto ben oltre i confini del Sahel.
Mentre gran parte dell’attenzione internazionale continua a concentrarsi sull’instabilità e sulla minaccia del terrorismo, rischia di passare in secondo piano un aspetto altrettanto rilevante: il Sahel sta cambiando e, con esso, stanno emergendo nuove opportunità economiche e strategiche.
Opportunità che l’Italia, almeno finora, non sembra aver valorizzato appieno.
Parigi fuori dai giochi.
Per oltre mezzo secolo la Francia ha rappresentato il principale punto di riferimento politico, economico e militare per gran parte dei Paesi dell’Africa occidentale francofona, tutto ciò attraverso accordi bilaterali, cooperazione allo sviluppo, investimenti e soprattutto una presenza militare costante.
L’influenza francese nella regione significava pura strategia, sia per un discorso legato alla sicurezza europea sia per l’accesso alle risorse naturali.
In Burkina Faso, così come in Mali, è cresciuta la convinzione che il modello francese non fosse più in grado di rispondere alle esigenze di sicurezza e sviluppo dei rispettivi Paesi coinvolti. Ciò che ha alimentato un sentimento di sfiducia nei confronti di Parigi è stata sicuramente la notevole espansione dei gruppi jihadisti, l’instabilità politica e la percezione di una limitata efficacia delle missioni militari internazionali.
Il Sahel dopo la Francia.
Non sarebbe corretto ridurre questo cambiamento a un semplice deterioramento dei rapporti diplomatici. Il progressivo ridimensionamento dell’influenza francese rappresenta soprattutto l’emergere di una nuova visione geopolitica del Sahel.
Burkina Faso, Mali e Niger non stanno semplicemente sostituendo un partner con un altro, ma cercano di costruire un modello di cooperazione che attribuisca maggior peso agli interessi nazionali, alla sovranità politica e all’integrazione regionale.
Una posizione molto chiara, ribadita anche dal presidente della Confederazione degli Stati del Sahel, Ibrahim Traorè, che in occasione del secondo anniversario dell’AES ha dichiarato di voler costruire rapporti internazionali fondati: «sul rispetto della sovranità degli Stati e dei loro interessi», riaffermando al tempo stesso la disponibilità al dialogo con gli altri partner internazionali.
L’alleanza degli Stati per ridefinire il Sahel e il “Grande Quesito” per Roma.
L’alleanza degli Stati del Sahel non nasce soltanto come risposta alle minacce terroristiche, ma come progetto politico volto a rafforzare la capacità dei tre Paesi di definire autonomamente le proprie priorità economiche, diplomatiche e di sicurezza.
Tale scenario apre inevitabilmente una nuova fase anche per l’Europa.
Se per decenni il rapporto con il Sahel è stato interpretato quasi esclusivamente attraverso la lente della sicurezza e della gestione dei flussi migratori, oggi da questa nuova dimensione emerge la necessità di una strategia più ampia, capace di coniugare cooperazione economica, investimenti e partenariati industriali.
Il “Grande Quesito”.
In questo quadro l’Italia potrebbe giocare un ruolo più incisivo, facendo leva sulla propria tradizione di cooperazione, sull’assenza di un passato coloniale in Burkina Faso e sulla credibilità acquisita in settori come infrastrutture, agroindustria, energia e formazione.
Non rimane solo il quesito di come sia cambiato il Sahel dopo la Francia.
Ma il “Grande Quesito” è chiedersi se Roma saprà riconoscere in tempo le opportunità offerte da questo nuovo equilibrio geopolitico.
Perché l’Italia osserva senza incidere.
L’Italia parte da una posizione favorevole. A differenza della Francia, non porta con sé un passato coloniale con il Burkina Faso e nel corso degli anni ha costruito relazioni fondate sulla cooperazione allo sviluppo, sulla formazione e sul sostegno ai progetti locali.
Le imprese italiane vantano competenze riconosciute nei settori delle infrastrutture, della meccanica, dell’agroalimentare, della gestione delle risorse idriche e delle energie rinnovabili, comparti che potrebbero contribuire in modo concreto alla crescita economica del Paese.
Nonostante tali potenzialità, la presenza economica italiana nella regione resta limitata rispetto alle opportunità offerte dal nuovo scenario geopolitico del Sahel.
Mentre altri attori internazionali rafforzano la propria presenza nel continente africano, Roma sembra procedere con maggiore cautela, rischiando però di perdere occasioni di lungo periodo.
Il tempo delle scelte.
Il Burkina Faso non è più soltanto uno dei tanti Paesi del Sahel. È uno Stato che, insieme a Mali e Niger, sta contribuendo a ridisegnare gli equilibri geopolitici dell’Africa occidentale attraverso nuove alleanze, una diversa politica estera e una crescente attenzione verso lo sviluppo delle proprie risorse strategiche.
Per l’Italia esistono condizioni favorevoli per rafforzare la cooperazione: rapporti diplomatici consolidati, una buona reputazione nel campo della cooperazione allo sviluppo e competenze industriali che potrebbero trovare spazio in un mercato in evoluzione.
La vera domanda, quindi, non è se il Burkina Faso rappresenti un’opportunità, ma se l’Italia saprà riconoscere il valore strategico dei cambiamenti in corso nel Sahel.
In un contesto internazionale sempre più competitivo, attendere troppo a lungo potrebbe significare lasciare ad altri Paesi il compito di costruire relazioni economiche e politiche destinate a incidere sul futuro dell’Africa occidentale.
Il tempo delle scelte è già iniziato e la capacità di leggere in anticipo i nuovi equilibri potrebbe fare la differenza tra chi sarà protagonista e chi resterà spettatore.



