di Guido Keller-
Gli Stati Uniti hanno imposto dazi del 50% su circa 20 miliardi di dollari di prodotti canadesi dopo il fallimento delle trattative commerciali tra Washington e Ottawa. Le nuove tariffe sono entrate in vigore nella notte tra venerdì e sabato e il governo del primo ministro Mark Carney ha risposto annunciando contromisure di pari valore a partire dall’8 settembre. La nuova escalation riapre così la guerra commerciale tra i due Paesi e mette sotto pressione una delle relazioni economiche più integrate al mondo.
I nuovi dazi statunitensi interessano una serie di prodotti canadesi, tra cui vino, mobili, latticini e persino le tradizionali mazze da hockey in legno. Il valore complessivo delle merci coinvolte è pari a circa 20 miliardi di dollari e rappresenta approssimativamente il 5% delle esportazioni canadesi verso gli Stati Uniti. L’impatto immediato è quindi circoscritto rispetto all’intero interscambio bilaterale, ma il significato politico della decisione è molto più ampio, perché segna un nuovo deterioramento dei rapporti tra due Paesi legati da catene produttive profondamente integrate.
La decisione arriva dopo giorni di negoziati serrati. Il 18 agosto il presidente Donald Trump aveva concesso una proroga di tre giorni all’entrata in vigore delle tariffe, alimentando la possibilità di un compromesso. Ancora venerdì le delegazioni sembravano vicine a un’intesa che avrebbe potuto ridurre le barriere su acciaio, alluminio e automobili e risolvere alcune delle controversie riguardanti latticini, vendita degli alcolici statunitensi e altre restrizioni commerciali. Nelle ultime ore del negoziato, tuttavia, le posizioni sono tornate a divergere.
Carney ha quindi sospeso le trattative e ordinato alla delegazione canadese di rientrare a Ottawa, accusando Washington di avere modificato all’ultimo momento le condizioni dell’accordo. Il premier ha spiegato che il Canada ha deciso di abbandonare quello che considera un cattivo accordo e ha sostenuto che le richieste statunitensi avrebbero limitato eccessivamente l’autonomia commerciale canadese.
La risposta non sarà soltanto politica. Ottawa ha annunciato che dall’8 settembre entreranno in vigore dazi di rappresaglia su prodotti statunitensi per un valore equivalente a quello delle merci canadesi colpite da Washington. Le contromisure interesseranno diversi settori, tra cui acciaio, prodotti lattiero-caseari, elettronica, elettrodomestici e macchinari agricoli. Carney ha presentato la scelta come necessaria per proteggere lavoratori, agricoltori e imprese canadesi.
Washington attribuisce invece a Ottawa la responsabilità del fallimento. Il rappresentante statunitense per il Commercio Jamieson Greer ha sostenuto che il Canada avrebbe rifiutato di finalizzare l’intesa sulla base delle condizioni discusse nei giorni precedenti. L’amministrazione Trump considera inoltre insufficienti le concessioni canadesi su alcuni dei principali dossier aperti, in particolare acciaio, alluminio, automobili e legname tenero.
La vicenda assume un’importanza ancora maggiore perché investe direttamente il futuro dell’Usmca, l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico che aveva sostituito il Nafta. L’amministrazione Trump ha già respinto in luglio la proposta canadese di prorogare l’accordo per altri sedici anni, facendo scattare il meccanismo delle revisioni annuali, mentre Washington punta a rinviare al 2027 alcune delle questioni più complesse, come le regole di origine nel settore automobilistico.
La stampa nordamericana sottolinea soprattutto il cambiamento politico che si sta producendo tra i due vicini. L’Associated Press parla di una rottura sempre più profonda di un rapporto storicamente stabile, osservando che la disputa non riguarda più soltanto singole categorie di prodotti, ma la natura stessa delle relazioni tra Canada e Stati Uniti. Circa tre quarti delle esportazioni canadesi sono state tradizionalmente dirette verso il mercato americano, una dipendenza che Ottawa sta cercando progressivamente di ridurre diversificando mercati e infrastrutture commerciali ed energetiche.
La pressione americana sta producendo anche conseguenze politiche interne. In Quebec i dazi sull’acciaio hanno contribuito alla chiusura di impianti e alla perdita di posti di lavoro, ma allo stesso tempo la pressione esercitata da Trump sembra avere rafforzato il sentimento di solidarietà nazionale. Secondo la Reuters, il sostegno all’indipendenza del Quebec è sceso intorno al 30%, mentre Carney ha tratto vantaggio politico dalla linea dura adottata nei confronti di Washington.
La strategia canadese punta quindi sempre più sulla riduzione della dipendenza dagli Stati Uniti. Lo stesso Carney aveva anticipato questa impostazione al World Economic Forum di Davos, descrivendo l’attuale fase internazionale come una rottura dell’ordine precedente e sostenendo la necessità per le potenze medie di rafforzare la propria autonomia economica. Il governo canadese ha successivamente indicato come priorità la diversificazione dei rapporti commerciali e il rafforzamento della capacità produttiva nazionale.
Sul versante statunitense la politica tariffaria resta invece uno degli strumenti principali della strategia economica di Trump. Dopo che nel febbraio scorso la Corte suprema aveva invalidato una parte delle precedenti tariffe, la Casa Bianca ha cercato nuove basi giuridiche per mantenere la pressione commerciale sui partner. Il Canada è diventato uno dei principali terreni di questa strategia, nonostante l’integrazione delle economie e delle filiere produttive dei due Paesi.
La conseguenza potrebbe essere un aumento dei prezzi anche negli Stati Uniti, perché molte imprese americane dipendono da materie prime, componenti e prodotti canadesi. L’Associated Press osserva che l’escalation tariffaria rischia quindi di produrre costi su entrambi i lati del confine, mentre cresce l’incertezza per aziende e investitori che per decenni hanno organizzato le proprie attività considerando il mercato nordamericano come uno spazio economico sostanzialmente integrato.
La disputa va dunque oltre i 20 miliardi di dollari di merci immediatamente interessate. La questione centrale è la tenuta del modello economico costruito negli ultimi trent’anni tra Stati Uniti e Canada. Se la guerra dei dazi dovesse proseguire, Ottawa potrebbe accelerare la ricerca di nuovi mercati in Europa e Asia, mentre Washington rischierebbe di indebolire uno dei rapporti commerciali e strategici più consolidati del continente. Il confine tra Stati Uniti e Canada rimane uno dei più aperti e integrati al mondo, ma sul piano economico la stagione della cooperazione quasi automatica appare ormai molto più fragile.












