Cavi dati sottomarini e rischi geopolitici nell’era dei conflitti contemporanei

di C. Alessandro Mauceri

Quanto sta avvenendo nello stretto di Hormuz dovrebbe far riflettere. Mentre alcuni continuano a polemizzare sui rischi legati alla produzione di ordigni nucleari (ma solo quelli prodotti da alcuni Stati, per le centinaia di testate nucleari nelle mani di altri paesi non si dice nulla), emergono altri aspetti strategicamente non meno importanti. Il mondo di oggi vive di scambi. Scambi di dati, di informazioni. E qualunque cosa interferisca con questi scambi può avere effetti geopolitici rilevanti a livello globale. Forse anche più di un ordigno nucleare.
I cavi sottomarini sono la spina dorsale delle telecomunicazioni globali, l’infrastruttura fisica su cui si basa il funzionamento globale di Internet. Tutto viaggia su reti informatiche: dai mercati finanziari alle comunicazioni governative fino agli scambi di merci e denaro. La percezione comune che buona parte delle comunicazioni avvenga senza supporto fisico è profondamente errata: oltre il 90% del traffico dati mondiali viaggiano su reti fisiche, su cavi. E la gran parte di questi sono cavi sottomarini, distribuiti nel mare e negli oceani, reti in fibra ottica che trasportano enormi quantità di dati a velocità elevatissime. Si stima che nel 2024 erano oltre 500 i sistemi di cavi sottomarini di telecomunicazione attivi e pianificati, in tutto il mondo. Una rete impressionante che unisce continenti, mercati, persone. E che cresce esponenzialmente anno dopo anno: lo scorso anno sarebbero stati installati quasi 200.000 km di nuovi cavi sottomarini.
Garantire che questi cavi siano in grado di resistere alle minacce è fondamentale. https://www.itu.int/en/mediacentre/backgrounders/Pages/submarine-cable-resilience.aspx#number-2 Invece, questa rete appare indifesa e priva di protezioni. Le fibre ottiche sono ottimizzate per la trasmissione dati ad alta velocità con perdita minima di segnale e lo strato protettivo esterno difende i cavi da pericoli ambientali come la pressione delle profondità marine, la corrosione e l’attività marina. Ma questo non basta ad evitare danni accidentali come quelli legati alle reti da pesca o all’ancoraggio o pericoli naturali come terremoti, frane subacquee e tsunami.
Basti pensare che, nel 2025, l’International Cable Protection Committee (ICPC) ha segnalato oltre 170 riparazioni di cavi, quasi quattro a settimana, in tutto il mondo. Ma non sono solo questi i rischi. Con l’aumento delle tensioni internazionali, delle guerre e dei conflitti internazionali si è fatto sempre più concreto il pericolo di azioni di sabotaggio, favorite dalla vulnerabilità di queste infrastrutture. Attacchi realizzati mediante navi specializzate, veicoli subacquei autonomi (AUV e droni sottomarini di cui non parla nessuno) o squadre di sommozzatori.
In aree geopoliticamente sensibili si sono già verificati episodi sospetti che coinvolgono la loro integrità fisica. Dopo l’inizio della guerra tra Russia e Ucraina nel 2022, il Mar Baltico è diventato una delle aree più sensibili per la sicurezza delle infrastrutture critiche europee. Diversi episodi di danneggiamento di cavi per telecomunicazioni e infrastrutture energetiche sottomarine hanno attirato l’attenzione di governi e organizzazioni internazionali. Le caratteristiche geografiche del Baltico, relativamente poco profondo e attraversato da numerose infrastrutture, rendono particolarmente difficile distinguere tra incidenti accidentali e possibili azioni deliberate. Alcuni Stati europei hanno aumentato le attività di sorveglianza navale e il monitoraggio delle infrastrutture critiche, ma non è bastato.
Una situazione che ha costretto governi e organizzazioni internazionali a riconsiderare il ruolo strategico dei cavi sottomarini. Lo Stretto di Taiwan è attraversato da numerosi cavi che collegano l’isola ai principali hub digitali asiatici e internazionali. L’importanza strategica dell’area deriva anche dalla centralità di Taiwan nell’industria mondiale dei semiconduttori all’elevata concentrazione di traffico dati regionale fino alla crescente competizione geopolitica tra Cina e Stati Uniti. Nelle Isole Matsu, arcipelago amministrato da Taiwan e situato vicino alla costa cinese, il danneggiamento di alcuni cavi sottomarini, ha causato gravi danni alla possibilità di comunicazione della popolazione.
Anche il Mar Rosso rappresenta uno dei corridoi digitali più importanti del pianeta. Una parte significativa del traffico dati tra Europa, Medio Oriente e Asia transita attraverso cavi che percorrono questa regione. Le tensioni geopolitiche e i conflitti che interessano l’area hanno evidenziato la vulnerabilità di questi collegamenti. Il fatto che numerosi cavi convergono in un’area geografica relativamente ristretta, il Mar Rosso viene spesso considerato un “collo di bottiglia” strategico per Internet globale: danni alle linee di trasmissione dati causerebbero una riduzione della capacità di trasmissione a livello internazionale.
Importante la situazione dello Stretto di Hormuz.
Il Mar Mediterraneo riveste un ruolo di primissimo piano. Pur coprendo solo l’1% delle acque del globo, non è solo attraversato (ogni giorno) da 3.500 navi, ma ospita centinaia di infrastrutture sensibili tra cui cavi e dorsali in fibra ottica. Dei 150.000 chilometri di cavi in fibra ottica che giacciono sui fondali mediterranei, almeno 65 sono dorsali principali che collegano sistemi primari. Nomi come Medusa, Blue Raman e Blue Mednon dicono niente ai non addetti ai lavori. Eppure su queste direttrici viaggia il 95% dei dati intercontinentali. Il Canale di Sicilia è uno dei tratti a maggiore concentrazione al mondo: qui transita anche il 2Africa, il cavo più lungo del pianeta (oltre 45.000 chilometri di estensione): collega 33 paesi ed è gestito da un consorzio che include Meta, Vodafone e aziende statali egiziane e saudite. Entro il 2030, l’aggiunta delle sotto-dorsali previste, porterà a 118 i sistemi distinti con una capacità complessiva di 450 petabyte al secondo. Una concentrazione di dati senza precedenti. E sono già in cantiere altri progetti.
Rispetto ad altre zone marine che interessano l’Europa (come il Baltico), nel Mar Mediterraneo la concentrazione di infrastrutture è incomparabilmente maggiore. Eppure, inspiegabilmente, fino a pochi mesi fa non esisteva una risposta NATO equivalente all’Operazione Baltic Sentry. Nel novembre 2025 la rete NATO per le Infrastrutture Critiche Sottomarine si è riunita a Roma per la prima volta (all’incontro hanno partecipato anche paesi non appartenenti alla NATO). Tra le proposte l’adozione di un servizio automatizzato di allerta in tempo reale basato sulla tecnologia DAS.
Le infrastrutture digitali dovrebbero essere considerate asset di sicurezza nazionale. Finora però le misure adottate sono apparse insufficienti. Alcuni hanno cercato di favorire la ridondanza delle reti (considerata fondamentale per garantire continuità operativa in caso di attacchi). Altri hanno potenziato i sistemi di monitoraggio dei fondali marini e la cooperazione internazionale per prevenire e gestire eventuali crisi. Di fronte a queste minacce, si stanno sviluppando risposte multilivello: diverse marine hanno potenziato la capacità di sorveglianza delle zone dove transitano cavi strategici, anche attraverso l’uso di droni subacquei e sensori avanzati; altri hanno istituito cellule specializzate nel monitoraggio delle infrastrutture sottomarine, promuovendo la cooperazione tra governi e operatori privati. Altri hanno pensato di lavorare sulla ridondanza: aumentare il numero di collegamenti, diversificare i tracciati, rafforzare la rapidità di intervento in caso di guasto. Anche la cybersecurity è oggetto di interventi: le misure vanno dalla protezione dei sistemi di controllo, all’uso esteso della crittografia end-to-end, fino alla sperimentazione di nuove tecnologie resilienti come la distribuzione quantistica delle chiavi.
In questo settore l’Italia svolge un ruolo di primissimo piano. Non solo per la posizione geografica, ma perché è il quarto produttore mondiale di cavi sottomarini. Inoltre ospita 34 sistemi di gestione, distribuiti tra Sicilia, Puglia e Liguria. Non è un caso se, recentemente, con la legge n. 9 del 2026 è stato introdotto, per la prima volta, un quadro normativo sulla sicurezza delle attività nella dimensione subacquea. Giusto in tempo. L’8 giugno 2026, Via Tunisia, il tratto sottomarino tra Marsiglia e Biserta lungo circa 1.050 chilometri, ha raggiunto formalmente lo stato di Ready for Service: 8.760 chilometri complessivi, 24 coppie di fibre, una capacità di 480 terabit al secondo. Un progetto cofinanziato dall’Unione europea attraverso il Connecting Europe Facility.
Il Mar Mediterraneo non è più soltanto la culla della civiltà occidentale: è il laboratorio nel quale si decide chi controlla i dati, l’energia e, in definitiva, i rapporti di forza del XXI secolo. Il rischio non è solo quello di un sabotaggio in tempo di guerra, ma anche il furto sistematico di dati o la predisposizione di backdoor attivabili in caso di necessità. Il controllo diretto o indiretto delle infrastrutture da parte di soggetti esterni può compromettere la riservatezza delle comunicazioni strategiche, specialmente in ambito militare e governativo. Nel nuovo contesto geopolitico, colpire le infrastrutture dei cavi non significa solo interrompere la connettività, ma disorientare l’avversario, rallentare le capacità di risposta e isolare temporaneamente un’area geografica in momenti critici. Un attacco coordinato a più tratte, poi, potrebbe causare un blackout informatico di portata inimmaginabile.
L’unica certezza è che con l’aumentare della competizione geopolitica, la necessità di proteggere dei cavi sottomarini è ormai una priorità strategica per le principali potenze mondiali e per gli Stati maggiormente dipendenti dalla connettività internazionale.