Ceuta, la frontiera che incrina l’Europa

La nuova crisi migratoria tra Spagna e Marocco riapre lo scontro su Schengen, sicurezza e sovranità.

di Giuseppe Gagliano –

La crisi esplosa a Ceuta è la prova concreta di quanto siano fragili le frontiere meridionali dell’Europa e di come il controllo dei flussi possa trasformarsi rapidamente in uno strumento di pressione politica. Dal 29 luglio decine di migliaia di persone hanno raggiunto l’enclave spagnola dal Marocco, via mare e via terra. I centri di accoglienza sono saturi, le autorità locali chiedono lo stato di emergenza nazionale e il dispiegamento dell’esercito, mentre il governo di Madrid tenta di contenere una crisi che ricorda quella del maggio 2021. Ammonta ad 84 il numero delle vittime, spesso individui annegati in mare nel tentativo di aggirare le recinzioni.
Ceuta e Melilla rappresentano un’anomalia geografica e politica: sono territori spagnoli ed europei collocati sul continente africano. Per questo costituiscono non soltanto una porta d’ingresso, ma anche un punto di pressione permanente nei rapporti tra Madrid e Rabat.
Il governo marocchino è da anni un interlocutore fondamentale dell’Unione Europea nella gestione delle migrazioni: riceve sostegno economico, cooperazione tecnica e riconoscimento politico in cambio del controllo delle partenze. Ma questa cooperazione resta reversibile.
Quando Rabat riduce i controlli, per incapacità o scelta politica, la pressione su Ceuta aumenta immediatamente, e il confine migratorio diventa così una leva geostrategica. Non serve una dichiarazione ufficiale: basta allentare la sorveglianza per creare una crisi capace di mettere in difficoltà il governo spagnolo e l’intera Unione Europea.
La maggioranza degli arrivi proviene dal Marocco, con una presenza minore di algerini già stabiliti nel Paese. Questo dato dimostra che non si tratta soltanto di una migrazione proveniente dall’Africa subsahariana, ma anche di una mobilità interna al Maghreb che cerca nell’Europa una via d’uscita economica e sociale.
La politica migratoria del governo spagnolo ha aperto una frattura interna e internazionale. Il programma di regolarizzazione degli stranieri irregolari ha raccolto oltre un milione di domande e viene presentato dai sostenitori come uno strumento di integrazione e di emersione dal lavoro clandestino, mentre gli avversari politici lo descrivono come un incentivo alle partenze.
La recente decisione della Corte suprema, che impedisce il respingimento immediato di chi arriva via mare senza una procedura regolare, ha complicato ulteriormente la gestione dell’emergenza. In pratica l’ingresso attraverso il mare garantisce maggiori tutele procedurali rispetto a quello terrestre. È una distinzione giuridicamente comprensibile, ma operativamente difficile da sostenere davanti a flussi di massa.
Il governo Sánchez si trova così stretto tra tre esigenze incompatibili: rispettare il diritto, mantenere il controllo della frontiera e non trasformare Ceuta in un gigantesco centro di accoglienza permanente.
La crisi ha aperto anche un duro confronto tra Roma e Madrid. La richiesta italiana di sospendere la Spagna dall’area Schengen segna un salto politico rilevante, dal momento che la seppur parziale sospensione di un Paese dalla libera circolazione rappresenta una misura estrema e difficilmente realizzabile sul piano giuridico. Tuttavia la sola minaccia mostra quanto la questione migratoria sia ormai diventata uno strumento di politica interna e di competizione tra governi europei, con l’Italia accusa Madrid di alimentare i flussi attraverso una politica di regolarizzazioni troppo ampia. La Spagna replica accusando Roma di demagogia e mancanza di solidarietà.
Dietro lo scontro diplomatico esiste una questione più profonda: ogni Stato europeo vuole libertà di movimento per merci e cittadini, ma pretende che il costo del controllo delle frontiere esterne ricada soprattutto sui Paesi geograficamente esposti, per cui Bruxelles continua a difendere Schengen senza avere una vera politica comune delle frontiere.
Davanti alla crisi che ha visto decine di migliaia di migranti prendere d’assalto Ceuta, il presidente dell’enclave ha chiedo al governo centrale di schierare l’esercito, cosa che mostra quanto la crisi venga ormai percepita come una questione di sicurezza nazionale. L’impiego delle forze armate può rafforzare la sorveglianza, sostenere la guardia costiera, proteggere le infrastrutture e gestire situazioni di emergenza. Ma non può risolvere le cause del fenomeno.
Militarizzare il confine senza un accordo stabile con il Marocco rischia di produrre soltanto una barriera temporanea, e il ricorso all’esercito contro persone disarmate espone Madrid a forti rischi politici e umanitari.
Dal punto di vista strategico, la vera vulnerabilità non è la mancanza di uomini sul confine, ma la dipendenza spagnola dalla collaborazione marocchina. Finché Rabat resterà il principale guardiano esterno della frontiera europea, Madrid non avrà piena autonomia nella gestione dei flussi.
La crisi di Ceuta ha anche un impatto economico crescente. L’accoglienza, la sorveglianza, le procedure giudiziarie, i rimpatri e il rafforzamento dei controlli richiedono risorse pubbliche considerevoli, ma a ciò si aggiungono le conseguenze indirette: tensioni sul mercato del lavoro, pressione sui servizi locali, aumento della spesa sociale e rischio di crisi diplomatica con il Marocco.
Madrid deve inoltre evitare che la crisi comprometta i rapporti commerciali con Rabat, partner importante per l’industria, l’agricoltura, l’energia e la logistica spagnola. Per questo la risposta del governo resta prudente. Una rottura con il Marocco costerebbe probabilmente più della gestione immediata degli arrivi.
Anche l’Unione Europea ha un problema di convenienza. Rafforzare i controlli costa, ma lasciare che i flussi aumentino produce conseguenze politiche ancora più onerose, alimentando i partiti contrari all’immigrazione e indebolendo i governi centristi.
La migrazione è diventata una componente della geoeconomia contemporanea. I Paesi di transito possono utilizzare i flussi per ottenere finanziamenti, concessioni diplomatiche e riconoscimenti politici, ma anche mettere a tacere questioni come il “Qatargate”, che vide coinvolto lo stesso Marocco.
Inoltre, più l’Europa esternalizza il controllo delle frontiere, com’era stato nel caso della Turchia, più aumenta la dipendenza da governi esterni. È un sistema apparentemente economico, perché evita di costruire una politica comune, ma strategicamente fragile, e ogni crisi politica con un Paese partner può trasformarsi in un’ondata migratoria.
Anche se gli arrivi sono al momento diminuiti e molti migranti sono tornati nel Regno del Marocco, la crisi non si presenta come risolta, bensì solo rimandata. Per quanto il Marocco rappresenti uno dei paesi dell’Africa con lo sviluppo industriale in costante crescita, restano infatti importanti disuguaglianze economiche al suo interno, e si tratta di un problema non può essere ridotto né alla sola repressione né alla sola accoglienza.
Senza accordi credibili sui rimpatri, investimenti nei Paesi d’origine, controlli effettivi e una politica europea comune, Ceuta resterà un confine perennemente pronto a esplodere. La crisi spagnola non è dunque un incidente locale, bensì è il sintomo di un’Europa che pretende frontiere aperte all’interno, ma non ha ancora deciso come difendere quelle esterne. E quando una frontiera non è governata, prima o poi viene governata da qualcun altro.