Ciad. Assolti i giornalisti accusati di “intelligenza con la Russia”

di Giuseppe Gagliano

Quattro giornalisti del Ciad si sono trovati stritolati tra logiche che nulla hanno a che fare con il giornalismo. Accusati di “intelligenza con agenti di una potenza straniera” per presunti legami con la Russia e il gruppo Wagner (Corpo d’Africa), sono stati assolti dal tribunale di N’Djamena per totale mancanza di prove.
Il paradosso è evidente. I fatti contestati, ovvero la copertura dell’inaugurazione di una “Maison Russe” o la traduzione di documenti sul Sahel, sembrano più vicini al normale lavoro di una redazione che ad attività di spionaggio. Ma in un mondo polarizzato, bastano poche righe considerate scomode per trasformare un cronista in un potenziale “agente nemico”.
L’assoluzione ha un valore che va ben oltre la cronaca giudiziaria. La giustizia ciadiana, con questa decisione, ha respinto la tentazione di piegarsi alla pressione esterna. Non è un mistero che negli ultimi anni, ogni eco russa in Africa viene amplificata da Washington e Parigi come prova di un presunto “complotto” che va sradicato a ogni costo. Ma dietro l’indignazione ufficiale si intravede il nervosismo di potenze occidentali che vedono incrinarsi il loro tradizionale dominio sul continente.
Il caso ciadiano rivela un aspetto cruciale della nuova guerra fredda africana: l’uso strumentale della giustizia per intimidire voci non allineate. Non si tratta di difendere la Russia o Wagner, ma di riconoscere che la demonizzazione automatica di qualsiasi rapporto con Mosca rischia di soffocare anche la libertà di stampa e la sovranità giuridica locale.
In fondo la lezione arriva proprio da N’Djamena: nonostante quattro mesi di carcere ingiustificato, la magistratura ha ricordato che un paese africano può ancora decidere da solo chi è colpevole e chi no. Ed è questo, più della liberazione dei giornalisti, che rischia di infastidire chi considera l’Africa una pedina da muovere e non un attore con una propria dignità.