Cile. Dazi di Trump sul rame, ‘cercheremo nuovi acquirenti’

Stessa cosa il Messico.

di Giuseppe Gagliano

Mentre la Casa Bianca prepara l’ennesima mossa muscolare contro i partner commerciali, il Cile e il Messico iniziano a fare i conti con una realtà che potrebbe ridisegnare le rotte globali delle materie prime. Il presidente statunitense Donald Trump ha annunciato che nelle prossime settimane imporrà tariffe del 50% sul rame importato, colpendo direttamente due tra i principali fornitori del metallo rosso al mercato statunitense.
La risposta di Santiago e Città del Messico non si è fatta attendere. “Il rame cileno continuerà a trovare nuovi mercati”, ha dichiarato il ministro degli Esteri cileno Alberto van Klaveren, mentre il presidente Gabriel Boric ha sottolineato di non aver ancora ricevuto comunicazioni ufficiali da Washington. Una prudenza che riflette le incertezze di un paese che esporta circa l’11% del suo rame verso gli Stati Uniti, ma che ha nella Cina il principale sbocco commerciale.
Il Messico a sua volta osserva con crescente preoccupazione la politica protezionista americana. L’amministrazione Trump sembra voler giocare la carta del nazionalismo economico per galvanizzare la base elettorale. Ma questa strategia rischia di avere effetti destabilizzanti ben oltre i confini statunitensi.
Il rame non è solo una commodity: è un elemento strategico per le transizioni energetiche, per la produzione di batterie e veicoli elettrici. Colpire questo settore significa intervenire al cuore di una catena di approvvigionamento globale già sotto stress per le tensioni geopolitiche tra Washington e Pechino.
Di fronte a questo scenario il Cile e il Messico stanno valutando di diversificare ulteriormente i propri partner commerciali, guardando verso l’India, il Sud-Est asiatico e persino l’Europa. Ma la partita è complessa: spostare volumi significativi di esportazioni richiede infrastrutture, accordi bilaterali e tempo.
Sul piano geopolitico la mossa di Trump conferma una tendenza già evidente: il ritorno delle guerre commerciali come strumento di pressione politica. Un’arma a doppio taglio che potrebbe danneggiare anche l’industria americana, aumentando i costi di produzione per i settori ad alta intensità di rame come quello automobilistico e delle rinnovabili.
E così il “metallo del futuro” diventa oggi terreno di scontro tra le ambizioni di potere di Washington e la necessità dei Paesi produttori di garantirsi stabilità economica. Una partita che ancora una volta rischia di lasciare i più vulnerabili, cioè i lavoratori delle miniere latinoamericane e i consumatori finali, a pagarne il prezzo più alto.