Cina. La Banca Mondiale avvia l’uscita di Pechino dai prestiti: svolta nei rapporti

di Giuseppe Gagliano –

La Banca Mondiale si prepara a interrompere gradualmente i finanziamenti alla Cina, segnando un cambiamento significativo nei rapporti con la seconda economia mondiale. Secondo il nuovo quadro di partenariato, i prestiti saranno limitati a circa 2 miliardi di dollari fino al 2031, per poi cessare definitivamente. La proposta sarà esaminata dal consiglio dell’istituzione nella settimana del 20 luglio.
La decisione riflette la trasformazione del ruolo della Cina nell’economia globale. Entrata nella Banca Mondiale nel 1980 e destinataria del primo prestito nel 1981, Pechino è oggi una potenza industriale e finanziaria, protagonista di ingenti investimenti infrastrutturali e creditizi in Africa, Asia e America Latina. Per questo motivo cresce la convinzione, soprattutto negli Stati Uniti, che il Paese non debba più beneficiare di strumenti destinati alle economie in via di sviluppo.
Negli ultimi anni i finanziamenti della Banca Mondiale alla Cina si sono già ridotti sensibilmente. Secondo Reuters, sono passati da 2,4 miliardi di dollari nel 2017 a circa 750 milioni nel 2025, confermando una tendenza avviata da tempo.
La scelta si inserisce nella più ampia competizione economica tra Washington e Pechino. L’amministrazione statunitense sostiene da anni la necessità di concentrare le risorse della Banca Mondiale sui Paesi più vulnerabili e su settori ritenuti strategici, come quello dei minerali critici, considerati essenziali per ridurre la dipendenza dalle filiere cinesi.
Dal punto di vista finanziario, l’impatto diretto sulla Cina sarà limitato, considerata la dimensione della sua economia. Più rilevante appare invece il valore politico della decisione, che sancisce il progressivo superamento dello status di Paese beneficiario dell’assistenza multilaterale e riconosce il ruolo ormai assunto da Pechino come grande creditore internazionale.
Per la Banca Mondiale la riduzione dei prestiti alla Cina potrebbe liberare maggiori risorse da destinare ai Paesi a basso reddito, in particolare in Africa e nell’Asia meridionale, dove restano elevate le esigenze di finanziamento per lo sviluppo, la sicurezza alimentare e la resilienza climatica. Allo stesso tempo, la scelta potrebbe alimentare le critiche di Pechino, che potrebbe accusare le istituzioni finanziarie internazionali di riflettere sempre più gli orientamenti strategici di Washington.
La vicenda conferma come le istituzioni economiche multilaterali siano diventate uno dei principali terreni della competizione geopolitica. Credito allo sviluppo, infrastrutture, tecnologie, materie prime e catene di approvvigionamento sono ormai parte integrante del confronto tra le grandi potenze, nel quale gli strumenti finanziari assumono un peso crescente accanto a quelli diplomatici e militari.