Cina. La sfida energetica di Xi, tra luci e ombre

di Giuseppe Lai

Sul piano delle dichiarazioni ufficiali, la politica energetica cinese è equiparabile a un gioco di equilibrismo. Coniugare crescita industriale, leadership nelle tecnologie pulite e sicurezza energetica senza rinunciare alle fonti fossili è il mix strategico annunciato dal presidente Xi Jinping. Una direzione di marcia che, nella metafora di una bilancia, avrebbe su un piatto il sostegno al percorso di crescita del Paese, nell’altro il rispetto degli impegni internazionali previsti dal dossier clima. Su un piano più pragmatico, osservando le dinamiche economiche della Cina, la retorica deve cedere il passo alla realtà. La preoccupazione principale del governo cinese è infatti la questione industriale. La Cina è attualmente il maggiore consumatore globale di combustibili fossili e in particolare di carbone, che nel 2024 ha costituito il 58% dell’intero cocktail energetico e detiene anche il primato mondiale nel consumo di petrolio, con la Russia che rappresenta il principale fornitore.
La prevalenza del fossile, al momento essenziale per la sicurezza energetica a basso costo del comparto industriale cinese, può diminuire in termini di incidenza sul mix totale ma solo gradualmente. La Cina, infatti, ha in attivo numerosi contratti di lunga durata per l’approvvigionamento di carbone che hanno l’effetto di generare un surplus di offerta e un conseguente abbassamento dei prezzi di tale fonte, rendendola conveniente. La disponibilità di energia a basso costo incide sul mercato interno delle rinnovabili, riducendo la propensione a nuovi investimenti e quindi rallentando il trend verso la transizione energetica. Questo dato economico è in linea con l’approccio seguito dal governo cinese verso il green, riassumibile nel motto “first set up the new, then remove the old”, a indicare che il progressivo abbandono delle fonti fossili avverrà solo quando le rinnovabili saranno in grado di garantire una stabilità del sistema energetico. Attualmente il settore del clean tech, la tecnologia pulita che include soprattutto batterie, energia solare e veicoli elettrici copre il 5% dei consumi energetici del Paese, con un contributo alla crescita complessiva dell’economia intorno al 25%.
La quota limitata sul totale dei consumi si spiega innanzitutto con difficoltà di tipo infrastrutturale. Nonostante siano in forte crescita le reti di distribuzione dell’energia elettrica, il rapido sviluppo delle installazioni eoliche e fotovoltaiche richiede un adeguamento altrettanto veloce delle infrastrutture di trasporto, in particolare delle linee di trasmissione ad alta tensione. Sotto questo aspetto, il governo ha previsto 800 miliardi di dollari di investimenti nelle reti nel corso dei prossimi 6 anni, che includono più di 500.000 km di linee per connettere le province occidentali e settentrionali del Paese, ricche di risorse energetiche, con i grandi centri di domanda a est. Un altro settore che può venire incontro alla crescente domanda di energia è il nucleare civile che, come il rinnovabile, si attesta sul 5% dei consumi complessivi. Pechino si sta impegnando ad innalzare la quota grazie alla costruzione di nuovi reattori che porteranno il Dragone a superare gli Usa per capacità nucleare installata entro il 2030. Il comparto ha un’importanza strategica per due ragioni principali: da un lato concorre insieme alle rinnovabili a ridurre il peso dei combustibili fossili nei consumi, dall’altro permette la costruzione di impianti di produzione sulla costa est del Paese, bilanciando le installazioni green che, come ricordato in precedenza, sono localizzate principalmente sul versante ovest. Questo consente il trasferimento agevole dell’energia elettrica verso le città della costa orientale ad alta intensità di domanda. Se in ambito domestico permangono ancora criticità per un impiego efficiente delle rinnovabili, sul piano internazionale la Cina deve far fronte ad una sovrapproduzione di fotovoltaico, la cosiddetta “overcapacity”. Infatti produce l’80% dei pannelli solari a livello globale e l’export equivale al doppio della domanda mondiale, un trend che assicura al Paese il primato assoluto nel settore ma che, al tempo stesso, causa una discesa dei prezzi a livello internazionale.
Questa concorrenza dei prodotti cinesi sui mercati ha determinato un crescente protezionismo sotto forma di dazi, soprattutto da parte dei Paesi occidentali, per evitare che le importazioni a basso costo, spesso accusate di fruire di generosi sussidi statali alla produzione, compromettano le loro economie.
Emblematici sono stati i dazi dell’UE sui veicoli elettrici cinesi, in una fase in cui le importazioni di tali prodotti dalla Cina stavano mettendo in ginocchio l’industria automobilistica europea. Da parte cinese, molte aziende stanno procedendo a nuovi investimenti diretti in Europa e, in misura minore negli Usa e in Nord America, per evitare i dazi imposti, includendo tra gli sbocchi commerciali del fotovoltaico anche i paesi emergenti nell’ottica di una diversificazione dell’export che possa ridurre le potenziali conseguenze legate all’overcapacity. Il rischio maggiore è, la perdita di competitività e possibili chiusure aziendali, che avrebbero pericolosi impatti sulla stabilità economica e sociale del Paese. Dalle osservazioni riportate, appare evidente l’obbiettivo del governo cinese di porre come prioritaria la sicurezza energetica, al di la della retorica dell’equilibrismo sopra accennato relegabile a puro stile comunicativo del leader. Ma il maggior peso del fossile rispetto al green in funzione di una stabilizzazione dei consumi interni fa emergere non poche perplessità sul rispetto degli impegni climatici assunti dal presidente Xi Jinping già nel 2021: raggiungere il picco di emissioni di anidride carbonica entro il 2030 e decarbonizzare l’economia entro il 2060. Nei dettagli, l’impegno annunciato era, in una prima fase, di “controllare rigorosamente” i progetti di centrali a carbone e l’aumento del consumo di carbone prima di “ridurlo gradualmente” tra il 2026 e il 2030. I dati disponibili evidenziano difformità sostanziali rispetto alle dichiarazioni. In base al report del Centro di ricerca indipendente sull’energia e l’aria pulita (CREA) e dell’organizzazione americana Global Energy Monitor (GEM), il tasso di crescita della produzione di energia da carbone si è attestato al 4% annuo nel 2021-2023, rispetto al 3,5% del periodo 2016-2020. Sempre nel periodo 2021-2023 è aumentata di 8 volte la crescita del consumo totale di carbone, compresi gli usi del settore non energetico. Il trend ha riguardato anche il 2024, con l’avvio della costruzione di nuove centrali termiche. Il fatto singolare è l’implementazione del fossile nonostante un contestuale aumento della capacità di energia rinnovabile, sufficiente in linea di principio a coprire la nuova domanda di elettricità nel Paese.
Una crescita, quella del fossile, che va oltre confine se si considera che oggi la Cina è responsabile per l’80% delle centrali a carbone in costruzione a livello globale. In ultima analisi, non è semplice fare previsioni sul rispetto degli impegni climatici da parte di un Paese che, è bene ricordarlo, detiene il primato di maggior produttore di gas serra al mondo, con una quota globale del 30%. Dalla Repubblica Popolare ci si può attendere un’evoluzione graduale verso gli obiettivi stabiliti per il 2030 ed il 2060, ma l’attuale scenario geopolitico, di cui il mercato energetico deve tener conto, sposta la priorità sul tema della sicurezza piuttosto che della sostenibilità.