Cina. Mai esportato così tanto. Alla faccia dei dazi di Trump

Il surplus commerciale più elevato mai registrato nella storia economica mondiale: 1.190 miliardi di dollari. E i dazi? Li hanno dribblati, vendendo in Europa, Africa, America Latina e Sud-est asiatico.

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Un’ondata senza precedenti di merci cinesi ha sommerso i mercati mondiali nel 2025, portando il gigante asiatico a raggiungere il surplus commerciale più elevato mai registrato nella storia economica globale, persino considerando gli effetti dell’inflazione. Alla faccia – è il caso di dirlo – dei dazi di Trump.
La cifra annunciata dall’Amministrazione Generale delle Dogane cinese lascia senza fiato: 1.190 miliardi di dollari, il divario tra quanto il Paese ha venduto all’estero e quanto ha importato. Un balzo del 20% rispetto all’anno precedente che aveva già superato i mille miliardi a novembre. La macchina produttiva cinese non sembra conoscere freni. Solo nel mese di dicembre, l’eccedenza ha toccato i 114,14 miliardi di dollari, terzo risultato mensile più alto di sempre, dietro solamente a gennaio e giugno 2025. La spinta è arrivata soprattutto dai mercati dell’Unione Europea, Africa, America Latina e Sud-est asiatico.
I dazi di Trump? Ecco, appunto: gli sforzi degli Stati Uniti di frenare la macchina manifatturiera cinese attraverso barriere tariffarie sono stati aggirati. I dazi hanno effettivamente ridotto del 22% il surplus commerciale della Cina con gli Stati Uniti nell’ultimo anno. Ma le fabbriche del Dragone hanno semplicemente dirottato il flusso delle merci verso altre destinazioni, spesso dribblando le tariffe americane attraverso triangolazioni che passano per il Sud-est asiatico e altre regioni.
L’esplosione del surplus non è frutto solo dell’aumento delle vendite all’estero. A gonfiare la bilancia commerciale ha contribuito massicciamente la cronica debolezza delle importazioni, rimaste sostanzialmente piatte nel corso dell’anno. I vertici di Pechino hanno perseguito un’ambiziosa strategia industriale mirata a sostituire le importazioni con produzione domestica. L’obiettivo dichiarato è costruire l’autosufficienza nazionale in un’ampia gamma di settori industriali. La Cina ha ribadito questi obiettivi di autosufficienza lo scorso ottobre, presentando la bozza iniziale del suo piano economico quinquennale fino al 2030. Parallelamente, il potere d’acquisto di numerose famiglie cinesi per automobili, cosmetici e altri prodotti importati si è prosciugato, e persino gli acquisti di beni di produzione nazionale hanno vacillato. Dal 2021, il tracollo del mercato immobiliare ha polverizzato i risparmi di una vita di innumerevoli cinesi che avevano investito nel mattone, lasciandoli con scarse possibilità di assorbire il fiume di beni che esce dalle fabbriche nazionali. E quindi ecco che la destinazione di questi prodotti è diventata fatalmente il mercato estero.
Il surplus commerciale cinese è stato alimentato anche da una valuta deliberatamente debole, che rende i prodotti meno costosi sui mercati internazionali e le importazioni più onerose. L’inflazione in Occidente ha reso le esportazioni cinesi ancor più irresistibili sui mercati esteri.
In una critica non troppo velata agli Stati Uniti riportata dal New York Times, Wang Jun, vicedirettore dell’Amministrazione generale delle dogane cinese, ha dichiarato in conferenza stampa che le importazioni del suo paese sono state limitate dai controlli sulle esportazioni di altri stati. “Alcuni paesi hanno politicizzato le questioni economiche e commerciali e limitato le esportazioni di prodotti high-tech verso la Cina per vari motivi; altrimenti, ne avremmo importati ancora di più”.