di Paolo Menchi –
Le relazioni tra Colombia ed Ecuador sono precipitate in una crisi senza precedenti, culminata venerdì scorso con l’annuncio da parte di Bogotá di un innalzamento dei dazi doganali al 100% su tutti i prodotti importati dal vicino paese. La misura rappresenta una dura risposta e alla decisione presa il giorno precedente dal presidente ecuadoriano Daniel Noboa, che aveva raddoppiato le tariffe sulle merci colombiane.
Il conflitto non è solo economico, ma profondamente politico e ideologico. Al centro della disputa c’è la gestione della sicurezza transfrontaliera. Noboa accusa il suo omologo Gustavo Petro di non contrastare con sufficiente vigore i cartelli del narcotraffico e le guerriglie che operano al confine.
Dall’altra parte Il leader colombiano rivendica il record storico di sequestri di cocaina, respingendo le critiche e inasprendo i toni diplomatici.
La tensione è esplosa definitivamente a causa del caso di Jorge Glas, ex vicepresidente ecuadoriano e alleato di Rafael Correa. Petro ha definito Glas un “prigioniero politico”, scatenando l’ira di Quito, che ha richiamato il proprio ambasciatore. La concessione della cittadinanza colombiana a Glas da parte di Petro ha ulteriormente alimentato il fuoco delle polemiche.
Le conseguenze di questa rottura sono pesanti per entrambi i mercati: per la Colombia perché l’Ecuador è un acquirente chiave di energia elettrica (già sospesa da Bogotá), farmaci e veicoli ma viene danneggiato anche l’export dell’Ecuador perché la Colombia importa principalmente oli vegetali, tonno e minerali.
Il Presidente Petro ha ventilato l’ipotesi di far uscire la Colombia dalla Comunità Andina (CAN) per puntare a un’adesione piena al Mercosur, un segnale che potrebbe ridisegnare gli equilibri geopolitici del Sud America.
Con il richiamo degli ambasciatori e il fallimento degli sforzi diplomatici dichiarati dal ministro Diana Morales, il confine tra i due Paesi si trasforma in una barriera commerciale che minaccia la stabilità dell’intera regione andina.












