di Sofia Mehiel –
La Colombia affronta una delle peggiori emergenze della sua storia recente proprio nel momento più delicato per il suo sistema politico. Il terremoto di magnitudo 7,4 che ha colpito l’ovest del paese il 10 agosto ha provocato centinaia di vittime, migliaia di sfollati e gravi danni alle infrastrutture. Ma il sisma non rappresenta soltanto una tragedia umanitaria: arriva appena tre giorni dopo l’insediamento del nuovo presidente Abelardo de la Espriella e diventa così il primo grande banco di prova della sua amministrazione.
La forza del terremoto ha colpito soprattutto i dipartimenti del Chocó e del Valle del Cauca, interessando città come Cali, Pereira, Manizales, Armenia e Quibdó. Le comunicazioni sono state interrotte in diverse aree, alcune strade sono rimaste bloccate dalle frane e le squadre di soccorso stanno ancora cercando superstiti tra le macerie.
Il governo ha dichiarato lo stato di emergenza e De la Espriella ha scelto di assumere personalmente la gestione della crisi. Una decisione politicamente significativa per un presidente appena insediato, che aveva promesso di rafforzare il rapporto tra il governo centrale e le diverse regioni del paese.
Ma la gestione del terremoto si sta trasformando anche in una prima fotografia della nuova collocazione internazionale della Colombia.
La risposta alla catastrofe ha infatti fatto emergere una rete di solidarietà che attraversa le divisioni ideologiche dell’America Latina.
Tra i primi a offrire il proprio sostegno ci sono stati alcuni dei leader politicamente più vicini al nuovo governo colombiano, come il presidente argentino Javier Milei, il cileno José Antonio Kast e l’ecuadoriano Daniel Noboa. Tutti erano presenti alla cerimonia di insediamento di De la Espriella a Cali.
Ma la tragedia ha prodotto anche un altro elemento interessante: la disponibilità ad aiutare è arrivata anche da governi e leader che si collocano su posizioni molto differenti. Il brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva, la messicana Claudia Sheinbaum e il premier spagnolo Pedro Sánchez hanno espresso solidarietà alla Colombia, mentre le Nazioni Unite hanno offerto il proprio sostegno.
La catastrofe, dunque, sta temporaneamente superando le divisioni politiche che attraversano il continente. Ed è proprio questo uno degli aspetti geopolitici più rilevanti della crisi: davanti a un’emergenza nazionale, la Colombia può diventare un punto d’incontro tra governi latinoamericani appartenenti a schieramenti diversi.
Anche Washington ha reagito rapidamente, annunciando 15,5 milioni di dollari di aiuti. Una cifra che assume un significato particolare considerando il ruolo strategico della Colombia nei rapporti tra Stati Uniti e America Latina.
La Colombia è infatti uno dei principali interlocutori di Washington nella regione e occupa una posizione geografica strategica tra Caraibi, Pacifico e Sud America. Per questo la gestione dell’emergenza può diventare anche un’occasione per consolidare i rapporti con gli Stati Uniti e con gli altri partner internazionali.
Il sostegno economico americano si inserisce inoltre in un quadro regionale già segnato da forti tensioni e trasformazioni politiche. Negli ultimi anni l’America Latina ha visto alternarsi governi progressisti, conservatori e nazionalisti, mentre i rapporti con Washington, Pechino e Mosca continuano a essere ridefiniti.
Per il nuovo presidente colombiano, però, la questione più immediata rimane interna.
De la Espriella è arrivato alla presidenza con la promessa di imprimere una svolta al paese. Ora dovrà dimostrare di essere in grado di coordinare rapidamente lo Stato, le autorità locali, l’esercito, i soccorritori e gli aiuti internazionali.
La sua decisione di dichiarare lo stato di emergenza e di recarsi personalmente nelle aree colpite punta a trasmettere l’immagine di un presidente presente e capace di assumersi la responsabilità della crisi.
Ma proprio per questo il terremoto rappresenta anche un rischio politico. Se la macchina dei soccorsi dovesse mostrarsi inefficiente, le difficoltà potrebbero trasformarsi rapidamente in una crisi di consenso per una presidenza appena iniziata.
La situazione è resa ancora più delicata dal ricordo del terremoto del 1999, che provocò più di mille morti nella stessa regione.
Il bilancio dell’attuale catastrofe è ancora provvisorio e potrebbe aumentare considerevolmente. Ma una cosa è già evidente: il terremoto non sta soltanto scuotendo la Colombia sul piano fisico. Sta mettendo alla prova il nuovo governo, i rapporti tra Bogotà e le regioni e, più in generale, il nuovo equilibrio politico dell’America Latina.
In una regione attraversata da profonde divisioni ideologiche, una tragedia nazionale potrebbe paradossalmente diventare anche un momento di convergenza internazionale.




