
di Giuseppe Gagliano –
Un potente attentato esplosivo sulla Panamericana, nel dipartimento del Cauca, riporta la Colombia dentro una realtà mai davvero superata: la guerra interna. Almeno 14 persone sono morte e 38 sono rimaste ferite, tra cui diversi minori, in un attacco che ha colpito civili in transito nel comune di Cajibío, paralizzando una delle arterie più importanti del Paese e mettendo sotto pressione ospedali e soccorsi.
Non si tratta di un episodio isolato, ma di un’azione coordinata. Nelle stesse ore si sono registrati attacchi anche a El Tambo, Caloto, Popayán, Guachené, Miranda e Mercaderes, dove un secondo ordigno ha ferito almeno sei persone. La simultaneità delle esplosioni evidenzia una strategia precisa: dimostrare controllo del territorio e colpire lo Stato nei suoi punti più sensibili.
La Panamericana è un’infrastruttura cruciale per la mobilità e il commercio colombiano. Colpirla significa interrompere flussi economici, diffondere paura e mandare un messaggio diretto a istituzioni e cittadini: il territorio è conteso. I gruppi armati non agiscono come semplice criminalità, ma utilizzano il terrorismo come strumento di pressione politica e militare.
Il governatore del Cauca, Octavio Guzmán, ha chiesto l’intervento urgente del governo guidato da Gustavo Petro, segnalando il collasso degli equilibri locali. Il dipartimento è da anni uno dei punti più critici del Paese: dopo gli accordi di pace con le FARC, il vuoto lasciato dalla guerriglia è stato occupato da dissidenze armate e reti legate al narcotraffico.
La cosiddetta “pace totale” promossa dall’esecutivo si scontra con una realtà complessa. I gruppi criminali sfruttano i negoziati per rafforzarsi e rispondono alle operazioni militari con azioni violente. L’attacco potrebbe rappresentare proprio una ritorsione contro la pressione dello Stato nella regione.
Dal punto di vista strategico, il controllo delle strade è centrale. Colpire la Panamericana consente ai gruppi armati di bloccare il commercio, creare panico e costringere l’esercito a disperdere le proprie forze. Le risposte militari, spesso limitate a interventi successivi, non riescono a garantire una stabilizzazione duratura del territorio.
Le conseguenze economiche sono immediate. Mezzi distrutti, trasporti interrotti, aumento dei costi e riduzione degli investimenti aggravano una situazione già fragile. Il Cauca rischia di entrare in un circolo vizioso: più violenza genera meno sviluppo, che a sua volta favorisce le economie illegali e rafforza i gruppi armati.
Il narcotraffico resta il motore principale di questa dinamica. Il controllo delle rotte significa controllo della ricchezza, mentre le comunità locali restano intrappolate tra minacce, reclutamento e dipendenza economica. L’assenza di servizi statali amplifica il problema.
La crisi ha anche una dimensione internazionale. La Colombia è un attore chiave in America Latina e la sua instabilità influisce su traffici illeciti, migrazioni e sicurezza regionale. Anche l’Europa è indirettamente coinvolta: il mercato della droga alimenta le reti criminali responsabili di questa violenza.
Per il presidente Petro si apre un dilemma complesso: usare la forza rischia di riprodurre modelli fallimentari, mentre puntare solo sul dialogo può apparire come un segnale di debolezza. La sfida è costruire una presenza statale stabile, capace di prevenire la violenza prima che esploda.
L’attacco di Cajibío colpisce soprattutto per la scelta del bersaglio. Civili in viaggio, famiglie, lavoratori: la quotidianità trasformata in campo di battaglia. È questa la natura più brutale del conflitto colombiano contemporaneo, dove la sopravvivenza dipende spesso dal caso.
Più che un episodio, quanto accaduto nel Cauca è un segnale strategico. La Colombia non affronta solo un problema di ordine pubblico, ma una questione di controllo del territorio e di sovranità. La pace, lontana dalle dichiarazioni ufficiali, si gioca nelle strade e nei villaggi dove lo Stato fatica ancora a imporsi.











