Cop30. Ancora una volta non si va oltre le buone intenzioni

di C. Alessandro Mauceri

Si sono chiusi a Belém, in Brasile lavori della COP30. Come ormai consuetudine da molti, troppi anni, l’unico termine per descrivere i risultati raggiunti è “fallimento”. Il presidente brasiliano Lula aveva promesso che sarebbe stata definita una roadmap per l’uscita dalle fonti fossili, un tentativo per dimostrare una inversione di rotta dopo le ultime tre COP, la cui organizzazione era stata inspiegabilmente affiatata a paesi grandi produttori di combustibili fossili. Una scelta che aveva fatto sorgere seri dubbi sulla possibilità di realizzare la transitioning away from fossil fuels, la transizione dai combustibili fossili verso altre fonti di energia. Secondo Lula, alla COP30 questo poteva diventare realtà grazie ad una mutirão, una mobilitazione massa.
Ma la mobilitazione di massa non si è vista. I paesi che hanno partecipato ai lavori della COP30 sono apparsi sin da subito divisi. Incapaci di reagire al fuoco incrociato delle multinazionali del petrolio, che offrono combustibili fossili a prezzi estremamente concorrenziali, e al bisogno di reperire fonti energetiche a pressi ragionevoli.
Ma non c’è da stupirsi. La stessa decisione di svolgere i lavori della COP30 in Brasile aveva ricevuto pesanti critiche: questo paese non è un grande produttore di petrolio e combustibili fossili ma è pur sempre uno dei maggiori responsabili delle emissioni di CO2, a causa dell’abbattimento di parti considerevoli di foresta amazzonica e dell’allevamento di un numero incalcolabile di bovini.
Quello che è emerso al termine dei lavori della COP30 è che il mondo è quanto mai diviso. Molti dei paesi maggiori consumatori di combustibili fossili non sembrano avere alcuna intenzione di compiere sforzi per risolvere la crisi climatica. Gli Stati Uniti d’America, grandi assenti alla COP30 (e per questo criticati aspramente da molti Stati), hanno deciso di concedere centinaia di licenze per trivellare in cerca di combustibili fossili da vendere, in parte, a paesi “verdi” grazie ad accordi “strategici” accettati per non subire l’aumento dei dazi. Anche la Grecia ha annunciato la propria decisione di bucherellare il Mar Mediterraneo alla ricerca di combustibili fossili. Quanto all’Ue, la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, solo pochi giorni fa, durante la conferenza stampa al termine dei lavori del G20, in Sudafrica, ha lasciato senza parole i giornalisti dichiarando che la lotta contro il cambiamento climatico non riguarda i combustibili che lo causano, ma solo l’inquinamento che questi emettono. “Non stiamo combattendo i combustibili fossili, stiamo combattendo le emissioni dei combustibili fossili”, ha affermato la von der Leyen, lasciando basiti i presenti. Un cambio di rotta della posizione dell’Ue che, dopo aver abbandonato di fatto il New Gren Deal per dedicare tutta l’attenzione (e i propri fondi) ad armi e armamenti, ha messo in difficoltà alcuni dei leader europei che avevano preparato discorsi nei quali dichiaravano di essere pronti a sostenere la roadmap per abbandonare carbone, petrolio e gas. La Commissione europea invece pare aver ceduto alle pressioni dei grandi produttori di gas e petrolio. E ha accettato una bozza di accordo proposta dalla presidenza brasiliana nella quale non si trova alcun riferimento ad accordi passati per abbandonare i combustibili fossili né si prevede la tanto auspicata roadmap.
La von der Leyen ha detto che comunque l’Ue non intende sottrarsi ai suoi obiettivi legali in materia di clima. “Stiamo mantenendo la rotta”, ha affermato. “Abbiamo ben chiaro che vogliamo raggiungere questi obiettivi. Siamo sulla buona strada per raggiungere l’obiettivo del 2030. Nel percorso futuro dobbiamo essere adattabili e flessibili, perché questa è una transizione enorme. Nessuno l’ha mai fatto prima. Quindi ci troviamo davvero in acque inesplorate”. A farle eco, il responsabile europeo per il clima: “Il problema è causato dalle emissioni e la realtà è che più i combustibili fossili sono inquinanti, più danni provocano”, ha dichiarato Wopke Hoekstra. A rispondere a queste affermazioni poco chiare il ministro danese per il Clima, Lars Aagaard, il quale ha detto che “Le emissioni sono una conseguenza dei combustibili fossili, quindi trovo un po’ difficile vedere la differenza… è questo il nostro obiettivo, è questo il motivo per cui siamo venuti”.
Se è vero che, a livello globale, è diminuita la percentuale di energia prodotta mediante fonti fossili, è altrettanto vero che, in termini assoluti, i consumi energetici sono aumentati. E molto più rapidamente. A confermarlo il World Energy Outlook (WEO), il principale documento dell’AIE, fonte autorevole di analisi e proiezioni energetiche globali.
Ogni anno questo rapporto analizza i più recenti dati energetici, le tendenze tecnologiche e di mercato e le politiche governative, esplora una gamma di possibili scenari energetici futuri e le loro implicazioni per la sicurezza energetica, l’accesso all’energia e le emissioni. L’ultimo rapporto, presentato in concomitanza con l’inizio dei lavori della COP30 parla di fragilità geopolitica, di conflitti e di instabilità e di un mercato petrolifero caratterizzato da un notevole surplus di offerta rispetto alla domanda, di fratture nel sistema internazionale e di incertezze. Ma soprattutto di sforzi per ridurre le emissioni, sia a livello nazionale che internazionale, meno motivati che in passato.
In questo scenario preoccupante, il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato. Ma soprattutto il primo in cui le temperature globali hanno superato di 1,5 gradi Celsius i livelli preindustriali, ovvero uno dei limiti che i capi di Stato avevano concordato al termine della Conferenza delle Parti di Parigi. La prova, se mai ce ne fosse bisogno, che le promesse fatte durante le COP non sono servite a molto. Certamente non a ridurre le emissioni di CO2, né a fermare il riscaldamento globale.