di Giuseppe Gagliano –
La collaborazione tra Mosca e Pyongyang entra in una nuova fase strutturale e di lungo periodo, trasformando la guerra in Ucraina in un banco di prova per un’inedita architettura di sicurezza condivisa.
La visita del ministro della Difesa russo Andrej Belousov e del presidente della Duma Vjačeslav Volodin in Corea del Nord segna un passaggio decisivo: il rapporto tra Mosca e Pyongyang non è più legato all’emergenza bellica, ma si consolida in una cooperazione pianificata. Il piano militare congiunto fino al 2031, discusso con il ministro nordcoreano No Kwang Chol, indica la costruzione di un sistema di difesa comune che va oltre il semplice scambio di armi e risorse.
Il punto di svolta risale al giugno 2024, quando Vladimir Putin e Kim Jong Un firmarono a Pyongyang un trattato di partenariato strategico con clausola di difesa reciproca. Inizialmente interpretato come effetto della guerra in Ucraina, quell’accordo appare oggi come l’inizio di una nuova fase, alimentata dall’isolamento della Russia, dal bisogno nordcoreano di tecnologia e dalla comune opposizione all’ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti.
Il conflitto ucraino è diventato il principale terreno di sperimentazione dell’alleanza. Secondo fonti occidentali e asiatiche, la Corea del Nord avrebbe inviato circa 14 mila soldati nella regione russa di Kursk, con perdite elevate. Se confermati, questi dati cambiano la natura del conflitto, trasformandolo in uno scenario di confronto tra coalizioni militari contrapposte. Pyongyang rivendica un ruolo attivo, presentandosi come potenza capace di proiettare forza oltre i propri confini e legittimando politicamente la propria partecipazione.
Lo scambio tra i due Paesi si fonda su una chiara complementarità. La Russia ottiene munizioni, artiglieria e supporto umano, mentre la Corea del Nord punta a ricevere tecnologia avanzata, assistenza economica e competenze nei settori missilistico e aerospaziale. Il possibile trasferimento di tecnologie militari sensibili rappresenta un fattore di rischio per l’equilibrio dell’Asia nord-orientale, con potenziali reazioni da parte di Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti.
Dal punto di vista strategico, Mosca costruisce una retrovia asiatica utile a sostenere una competizione di lungo periodo con l’Occidente. Per Pyongyang, invece, il coinvolgimento nel conflitto rappresenta un’occasione di addestramento in un contesto bellico moderno, segnato da droni e guerra elettronica.
L’intesa si inserisce in un quadro geopolitico più ampio, caratterizzato da una crescente cooperazione tra Paesi sotto pressione occidentale, tra cui Russia, Corea del Nord e Iran, con la Cina in posizione più prudente ma attenta ai vantaggi strategici derivanti dalla frammentazione dei fronti di crisi.
Anche sul piano economico emergono effetti significativi. Le sanzioni internazionali non hanno isolato completamente Mosca, ma hanno favorito la creazione di reti alternative di scambio e dipendenza reciproca. La Corea del Nord ottiene risorse e sostegno, mentre la Russia diversifica i propri canali economici e militari.
Il messaggio all’Occidente è chiaro: Mosca e Pyongyang ragionano su tempi lunghi e puntano a ridefinire gli equilibri globali oltre la guerra in Ucraina. Per Stati Uniti, Europa e alleati asiatici, la sfida riguarda sia l’impatto immediato della cooperazione militare sia le conseguenze future di un’alleanza che rende la Corea del Nord più forte e la Russia meno isolata, contribuendo alla formazione di un fronte eurasiatico più coeso.












