di Enrico Oliari –
Operazione Crimea terminata. Il tricolore russo sventola da oggi sulle 193 fra navi e basi ex ucraine presenti presso la penisola, passata con un referendum, pochi colpi di forza e molti sotterfugi, alla Russia.
Ieri sera le forze russe nella penisola hanno lanciato un assalto contro l’ultima nave della Flotta del Mar Nero ancora in mano ucraina, il dragamine Cherkasky, dislocata sul lago Donuzlav: i militari di Mosca hanno sparato qualche colpo ed in due ore hanno avuto la meglio sull’equipaggio barricato nella nave.
Tuttavia alla teoria della comunità internazionale furente e pronta a lanciare chissà quali serie di sanzioni ci credono ormai in pochi, mentre appare sempre più evidente che il passaggio della Crimea alla Russia sia stato una sorta di cessione, ovvero un soldo che l’Unione europea ha pagato a Mosca per mettere sotto la propria influenza il resto dell’Ucraina e il Kosovo.
A rimanere a bocca asciutta sono stati gli americani: Barack Obama dall’Aja ha lanciato il suo monito perentorio, “Se (Putin) non si fermerà ci saranno altre conseguenze e altri costi”… ma Putin si fermerà, perché ha già ottenuto quello che voleva. Si fermerà, almeno per il momento. Lascerà che le acque si calmino. Per il momento.
Il pochi mesi il presidente russo ha fatto scacco matto a Washington un numero infinito di volte, in quella che è una logica, se si vuole comprensibile, di redistribuzione dei pesi.
Infatti gli Usa negli ultimi anni hanno piantato basi un po’ ovunque, dal Marocco al Kirghizistan (con esclusione della Siria e dell’Iran), poi ancora nell’Europa orientale, ovvero nei paesi che prima facevano parte del Patto di Varsavia, quindi in Oriente e in Africa.
Ghi Stati Uniti, però, hanno esagerato. Hanno superato il picco massimo della parabola con 764 basi all’estero, ed oggi, grazie anche ad una politica estera di Obama che fa acqua da tutte le parti (basti pensare che in Afghanistan si combatteva al-Qaeda e in Siria la si sostiene), la Russia di Putin e di quel volpone di ministro Lavrov sta ricordando proprio a Washington che se non c’è più l’Unione sovietica, è finita anche l’epoca del post-Unione sovietica, per cui oggi si è davanti ad una nuova era in cui Mosca rivuole il suo ruolo.
Il primo pezzo a tornare sotto l’influenza dei russi è il Kirghizistan: con luglio gli americani dovranno liberare la base di Kant per cederla ai militari di Mosca; anche l’aeroporto di Manas, da dove gli Usa hanno effettuato più di 33mila missioni e rifornito oltre 135mila velivoli operanti in Afghanistan, passerà sotto il diretto controllo di Bishkek.
Poi è stata la volta dell’Egitto. Lì, con un’azione magistrale, la Russia ha saputo sfruttare l’errore di Washington di appoggiare la parte sbagliata nella lotta fra l’Arabia Saudita e il Qatar per contendersi il ruolo di interlocutore privilegiato con l’Occidente, fino all’epoca antecedente le Primavere arabe in mano saldamente a Riyadh e al Cairo: gli Stati Uniti hanno sostenuto i Fratelli Musulmani, espressione del Qatar, ed hanno quindi tagliato i fondi (580 mln di dlr per il 2013) e le forniture di armi al governo del golpe che il 3 luglio ha deposto Mohammed Morsi. Risultato: i militari del Cairo si sono rivolti a Mosca, da dove hanno ottenuto fondi (4 mld di dlr) e armamenti, dando in cambio la possibilità di piantare una base navale ad Alessandria e di sostituire la presenza militare statunitense nel paese con quella russa.
In Siria gli Usa non passano: nel paese mediorientale la Russia è presente a Tartus con una base militare fornita di navi, sottomarini, lanciamissili, mezzi blindati e aerei. Obama ci aveva provato a fare fuoco e fiamme per la questione delle armi chimiche (a dire il vero non si sa ancora chi le abbia usate), minacciando persino un intervento unilaterale. Ma niente: senza neanche troppi sforzi Mosca si è messa di traverso, per cui gli Usa, ancora una volta, sono rimasti a bocca asciutta.
Probabilmente presto assisteremo a nuove porzioni del pianeta le cui basi militari straniere ammaineranno le bandiere per issare quelle russe. Ma tant’è che situazioni come quella dell’Iraq, dove si è fatta una guerra con milioni di morti per importare la pace e la democrazia, sono la prova provata del fallimento di una “Pax americana” che non tiene conto della peculiarità e della diversità dei luoghi. E soprattutto degli equilibri che, la storia insegna, ci sono sempre stati, e che sono necessari a contenere l’espansionismo delle superpotenze.












