
di Giuseppe Gagliano –
L’accordo siglato a Dubrovnik tra Croazia e Stati Uniti segna una svolta nella mappa energetica dei Balcani e apre una nuova fase nella competizione geopolitica per il controllo del gas in Europa sudorientale. Zagabria punta a diventare il principale snodo regionale per il gas naturale liquefatto americano, rafforzando il proprio peso politico ed economico in un’area strategica.
Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, i Paesi dell’Europa centro orientale hanno accelerato la ricerca di fornitori alternativi a Mosca. In questo contesto, la Croazia si propone come porta d’ingresso energetica grazie al terminale galleggiante di Krk, operativo dal 2021, con l’obiettivo di rifornire non solo il mercato interno ma anche Italia, Bosnia, Serbia e altri Paesi vicini.
La strategia è sostenuta dal governo guidato da Andrej Plenkovic, che rivendica il ruolo crescente del Paese come corridoio energetico alternativo alle rotte tradizionali. Tuttavia, la prospettiva solleva interrogativi di fondo: sostituire la dipendenza dal gas russo con quella dal gas americano significa davvero aumentare l’autonomia o semplicemente cambiare fornitore?
Il terminale di Krk (Veglia) è diventato il simbolo di questa trasformazione. La sua centralità consente alla Croazia di inserirsi nei flussi regionali, attrarre investimenti e rafforzare i rapporti con Washington. Ma evidenzia anche una tensione crescente tra le politiche climatiche europee, orientate alla decarbonizzazione, e la spinta statunitense verso nuove infrastrutture legate ai combustibili fossili.
Sul piano economico, il nodo riguarda la sostenibilità degli investimenti. Gasdotti, terminali e interconnessioni richiedono risorse ingenti e tempi lunghi per essere ammortizzati. Se l’Unione Europea accelererà davvero sulla transizione energetica, esiste il rischio che queste infrastrutture diventino sottoutilizzate o dipendenti da sussidi pubblici, trasformandosi in un peso per i bilanci nazionali.
La questione è ancora più delicata nei Balcani occidentali, dove le economie restano fragili. Progetti come il gasdotto tra Croazia e Bosnia rappresentano un’opportunità per diversificare le forniture e ridurre la dipendenza da Mosca, ma sollevano dubbi sulla compatibilità con le regole europee e sul percorso di integrazione nell’Unione.
In questo scenario, la regione torna al centro della competizione tra grandi potenze. Gli Stati Uniti avanzano attraverso energia e investimenti, la Russia mantiene influenza politica, l’Unione Europea cerca di difendere la propria agenda climatica e regolatoria, mentre altri attori come Cina e Turchia restano presenti sul piano infrastrutturale e strategico.
Per Washington, l’espansione del gas naturale liquefatto rappresenta uno strumento di politica estera oltre che economico. Per la Croazia, è un’occasione per accrescere il proprio peso regionale. Per Bruxelles, invece, è una sfida: evitare che la diversificazione energetica si traduca in una nuova forma di dipendenza.
Resta infine il nodo ambientale. Investire oggi in infrastrutture fossili rischia di rallentare la transizione verde e creare una frattura tra gli obiettivi dichiarati e le scelte concrete. I Balcani potrebbero diventare una periferia energetica ancora legata al gas mentre il resto d’Europa accelera sulle rinnovabili.
Il punto centrale resta aperto: la nuova strategia energetica garantisce sicurezza nel breve periodo, ma potrebbe vincolare il futuro. La vera autonomia, secondo molti analisti, non passa dal cambio di fornitore, ma dalla riduzione della dipendenza complessiva attraverso rinnovabili, efficienza e produzione locale. Dubrovnik diventa così il simbolo di un bivio strategico: indipendenza energetica o nuova dipendenza sotto un’altra bandiera.











