di Giuseppe Gagliano –
Cuba torna al centro della strategia americana non per la sua forza militare, ma per il valore geopolitico che continua ad avere a pochi chilometri dalle coste degli Stati Uniti. Le nuove sanzioni imposte da Washington contro 11 funzionari cubani, il Ministero dell’Interno, l’intelligence e la Polizia nazionale rivoluzionaria segnano infatti il ritorno della pressione massima sull’Avana.
L’amministrazione Trump punta a isolare il gruppo dirigente cubano, colpire gli apparati di sicurezza e rendere sempre più difficile qualsiasi sostegno economico o finanziario all’isola. Dietro la retorica ufficiale sui diritti umani emerge però un obiettivo più strategico: impedire che Cuba rafforzi i propri legami con Russia e Iran e torni a diventare una piattaforma avanzata di pressione contro Washington nel Mar dei Caraibi.
Il nuovo ordine esecutivo firmato il primo maggio amplia le sanzioni economiche e autorizza misure secondarie contro istituzioni finanziarie straniere che intrattengano rapporti con soggetti sanzionati dagli Stati Uniti. La strategia americana non mira soltanto a punire Cuba, ma anche a scoraggiare qualsiasi attore internazionale disposto ad aiutarla economicamente.
Il nodo centrale resta quello energetico. Cuba attraversa una crisi profonda segnata da blackout frequenti, infrastrutture obsolete e grave carenza di carburante. Colpire le forniture petrolifere venezuelane significa mettere sotto pressione l’intero sistema economico e sociale cubano: trasporti, industria, ospedali, telecomunicazioni e distribuzione alimentare dipendono infatti da un equilibrio energetico sempre più fragile.
Washington utilizza così il blocco energetico come strumento di guerra economica. L’obiettivo è erodere lentamente la capacità di governo dell’Avana, alimentando malcontento sociale e tensioni interne senza ricorrere a uno scontro militare diretto.
Nel frattempo Cuba cerca sostegno da Mosca e Teheran. La cooperazione con la Russia riguarda settori industriali, energetici, automobilistici e tecnologici. Ma proprio questo avvicinamento rafforza la percezione americana di una crescente minaccia strategica nei Caraibi.
A preoccupare maggiormente Washington è soprattutto la notizia dell’acquisizione cubana di oltre trecento droni militari provenienti da Russia e Iran. Anche se Cuba non rappresenta una minaccia convenzionale paragonabile a quella della crisi dei missili del 1962, la diffusione di sistemi senza pilota modifica il quadro della sicurezza regionale.
Per gli Stati Uniti il problema non è la possibilità di una guerra aperta, ma il rischio che l’isola diventi una piattaforma di guerra asimmetrica, intelligence e sperimentazione tecnologica a ridosso del territorio americano. Guantanamo, le navi statunitensi nell’area e perfino la Florida diventano così elementi della nuova deterrenza psicologica e strategica.
La guerra contemporanea non richiede necessariamente grandi eserciti. Droni, sabotaggio, cyberwarfare e operazioni asimmetriche permettono anche a un attore debole di creare costi politici e militari a una superpotenza. È questo lo scenario che Washington cerca di prevenire.
In questo contesto assume particolare rilievo il presunto viaggio del direttore della CIA all’Avana per trasmettere un messaggio diretto ai vertici cubani. Secondo diverse ricostruzioni, gli Stati Uniti avrebbero avvertito Cuba che qualsiasi azione contro interessi americani provocherebbe una risposta durissima.
La pressione americana non appare però limitata alla deterrenza militare. L’obiettivo sembra essere anche politico: indebolire la coesione interna del sistema cubano e favorire una trasformazione controllata del regime. Le sanzioni contro apparati di sicurezza e intelligence mirano infatti a colpire il nucleo più sensibile del potere dell’Avana.
Cuba resta però inserita in una rete geopolitica più ampia che comprende Venezuela, Russia e Iran. Caracas continua a essere fondamentale per il petrolio, Mosca offre tecnologia e sostegno diplomatico, mentre Teheran rappresenta un modello di resistenza alle sanzioni e di guerra asimmetrica basata su droni e pressione indiretta.
Si crea così un circolo vizioso strategico: più Washington aumenta la pressione, più Cuba cerca protezione presso potenze rivali; più Cuba si avvicina a Russia e Iran, più gli Stati Uniti irrigidiscono il confronto.
Dal punto di vista militare, l’isola non dispone di capacità tali da sfidare direttamente gli Stati Uniti. Tuttavia la sua posizione geografica continua a darle un peso enorme. Cuba torna così a occupare il ruolo che aveva durante la Guerra fredda: non una grande potenza, ma una piccola piattaforma strategica collocata nel punto più sensibile della sicurezza americana.
La nuova crisi non assomiglia a quella dei missili sovietici del 1962. È una crisi moderna fatta di sanzioni finanziarie, droni, intelligence, guerra economica, energia e pressione psicologica. Non servono testate nucleari per rendere instabile il rapporto tra Washington e L’Avana. Bastano un’isola impoverita, una superpotenza determinata a riaffermare il controllo sul proprio spazio regionale e la convinzione, da entrambe le parti, che cedere significhi perdere credibilità strategica.












