Cuba. Il petrolio russo come leva geopolitica

di Giuseppe Gagliano –

Il recente invio della petroliera russa Akademik Gubkin verso Cuba, con un carico di 790.000 barili di greggio, non è soltanto un’operazione commerciale, ma un chiaro segnale geopolitico. La mossa di Mosca si inserisce in un contesto ben più ampio, in cui l’energia diventa uno strumento di pressione e alleanza strategica.
Cuba sta attraversando una crisi energetica senza precedenti. Blackout prolungati, infrastrutture fatiscenti e una dipendenza eccessiva dalle importazioni stanno soffocando l’economia dell’isola. La scarsità di combustibili liquidi ha raggiunto livelli critici, con un deficit giornaliero stimato di 80.000 barili. Il Venezuela, tradizionale fornitore di greggio a condizioni di favore per l’Avana, non è più in grado di sostenere le necessità cubane, e il Messico, pur avendo contribuito con esportazioni per 500 milioni di dollari nel 2024, non ha colmato il divario.
Ecco dunque l’intervento della Russia. Un aiuto disinteressato? Difficile crederlo. Mosca, colpita dalle sanzioni occidentali, sta cercando nuovi mercati per il proprio greggio, e Cuba, con la sua posizione strategica nel cuore dei Caraibi e la storica ostilità verso Washington, si configura come un alleato ideale.
Il petrolio russo a Cuba è molto più di un affare economico: è un’operazione simbolica e pragmatica. Simbolica, perché dimostra come Mosca sia ancora capace di proiettare influenza nell’emisfero occidentale, nonostante l’assedio economico dell’Occidente. Pragmatica, perché rafforza il legame tra due regimi sotto pressione, permettendo a entrambi di guadagnare margine di manovra nelle loro rispettive crisi.
La Russia, nel contesto della sua guerra economica contro l’Occidente, ha bisogno di mantenere aperti canali alternativi per la vendita del proprio petrolio. Cuba, dal canto suo, non ha molte altre opzioni per sopravvivere a un collasso energetico imminente. Questa convergenza d’interessi crea un asse che va oltre il semplice scambio commerciale: è un rafforzamento della cooperazione politica tra due paesi isolati dalle sanzioni occidentali.
Se a qualcuno a Washington serviva un altro promemoria del fatto che l’America Latina non è più il cortile di casa degli Stati Uniti, eccolo servito. La Russia, già presente militarmente in Venezuela e Nicaragua, consolida il suo posizionamento anche a Cuba, rievocando fantasmi della Guerra Fredda.
Non a caso, l’arrivo del petrolio russo potrebbe provocare una reazione di Washington, che potrebbe optare per un inasprimento delle sanzioni su L’Avana o su chiunque collabori con la Russia nell’emisfero. Questo, però, potrebbe spingere Cuba ancora di più tra le braccia di Mosca e Pechino, rendendo l’isola una pedina sempre più centrale nello scacchiere geopolitico.
Cuba ha annunciato ambiziosi piani per investire nell’energia solare e ridurre la sua dipendenza dal petrolio, ma le cifre raccontano un’altra storia: la transizione energetica richiederebbe tra gli 8 e i 10 miliardi di dollari e almeno 5-8 anni di lavori. Un orizzonte troppo lungo per un paese che oggi non riesce nemmeno a garantire l’elettricità ai suoi cittadini.
Ecco perché la Russia continua a giocare un ruolo chiave. Nonostante le difficoltà economiche interne, il Cremlino comprende che investire in Cuba significa guadagnare un punto d’appoggio stabile nell’area caraibica. Con gli Stati Uniti impegnati su più fronti, dal Medio Oriente all’Indo-Pacifico, Mosca sa di poter avanzare su un territorio dove l’attenzione americana è meno concentrata.
La fornitura di petrolio è solo l’inizio. Il vero obiettivo della Russia potrebbe essere ben più ambizioso: trasformare Cuba in un perno della propria strategia di sfida all’ordine economico imposto dall’Occidente. E a Washington non resta che decidere se e come reagire.